Forse la vita è diventata tutta uno spettacolo, “a miracol mostrare”. Dopodiché, non sono solo i miracoli quelli che vanno in scena. Ma non voglio fare il trombone scontento. Diciamo, con tutto il rispetto e l’amore del mondo, che qualche volta, quando entro in qualche luogo di culto, mi sento frastornato da troppo vociare e troppo vedere. “Non sventolare da ogni parte le preghiere con voci disordinate, né pronunciare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l’attenzione di Dio perché egli vede i nostri pensieri”.
Non pensiate che sia farina del sacco mio. Si tratta di quanto leggevo nell’Ufficio delle Letture appena ieri, firmato san Cipriano, vescovo e martire. Della prima ora, certo. E forse anche degli schiamazzi degli oranti un po’ pagani dei suoi tempi (non che noialtri si sia migliori).
Quello che leggevo oggi, era un Vangelo molto in linea con il pensiero di Cipriano: “Non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti, quando fai l’elemosina […] quando preghi non startene ritto nella sinagoga e negli angoli delle piazze per essere visto dagli uomini […] quando digiunate non assumente quell’aria malinconica” (Matteo, 6). Del resto – mi dico – quando si presenta la prima delle preghiere cristiane “Il Padre Nostro”, l’unica certificata dal Maestro, il preambolo mi sembra che sia lo stesso: non sprecate troppe parole!
Mi sovviene adesso di certe pittoresche espressioni popolari davanti al simulacro del santo: si sbracciano, strillano, si strappano i capelli, imprecano, lo provocano. E’ il lascito di un’altra cultura, più vicina alla commedia e all’atellana. Ma tant’è.
Non che esista un’unica ricetta certa per pregare, affinché lievitino le grazie ricevute: non una litania in più, una formula dal risultato certo come i piccoli segreti dello chef se non della massaia per fra crescere il pan di Spagna in forno. Certo, lo stesso Cipriano suggerisce che la preghiera ha una sua espressione contenuta del corpo, un modus, una misura, nei modi e nella voce, una vera e propria educazione. E le pratiche tutte, anche orientali e non cristiane, alla preghiera danno una forma ed una continenza, una espressione appunto non formale né superficiale, non ad uso degli spettatori e degli astanti, che agevolano il pervenire al nocciolo delle nostre domande ed al nostro contatto col Trascendente.
Che se Dio ci guardasse come un pubblico non pagante, amerebbe il bello piuttosto che altro, l’armonia il silenzio piuttosto che il loro contrario. Che le voci si sentono meno nel frastuono e che le persone moleste tutti, anche il Padreterno, hanno meno piacere a starle a sentire. Vuoi mettere l’effetto di startene solo nella tua stanza, nel tuo cuore – come indica il Vangelo - a sussurrare parole e ad esprimere grandi sentimenti o piccoli desideri … “Per piacere, non disturbare!” Magari è scritto anche davanti alla porta del nostro immaginario Paradiso. Dove c’è buona musica al più, piuttosto che frastuono.
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