Sturm und drang. A seguire la liturgia della Parola di questa domenica, in campo cattolico romano (gli ambrosiani ad esempio seguono un altro ciclo di letture), dovremmo dire che questa è “la domenica della tempesta”. E dire che in tempo d’estate ormai conclamata – perché certo caldo ha il sapore della malattia del clima – di tempeste all’orizzonte nemmeno l’ombra. Neppure un piccolo temporale al largo della costa. Ma la tempesta, reale simbolica e figurata, attraversa come un uragano tutti i passi che i liturgisti hanno prescelto: un Giobbe che delle bufere fu vittima e poi maestro, nella protesta ed anche nella pazienza (siamo certi?); il salmo 106, che descrive gente che si è messa per mare; è preda dell’angoscia e delle angustie, barcolla, viene lanciata prima in alto, tra le onde, con la propria imbarcazione fin sul fondo degli abissi e quindi vede la morte letteralmente con i propri occhi, ma poi “terra, terra!”; e infine il Vangelo che descrive quei poveri apostoli messi su di un guscio, come dei migranti, sul lago di Gennesaret, i quali, vittime del fortunale, mentre Lui dorme (letterale) su di un cuscino, cominciano a strillare “affoghiamo, affoghiamo. Non t’importa nulla di noi?”.
Avremmo fatto lo stesso, compresa qualche parolaccia che credo il testo abbia semplicemente espurgato. Ora, svegliatosi da quel sonno che sembra quasi un voler mettere alla prova - come i gatti con un occhio solo - se non una provocazione; il Maestro, il Signore, il Rabbì, come si dice in aramaico, li smaschera e li accusa di avere poca fede, se si lasciano prendere dal terrore.
Sono fatti e versetti che conosciamo tutti. Nulla da aggiungere, nemmeno sul piano della metafora scoperta e comprensibile.
Di bufere se ne attraversano di continuo a questo mondo, quiete dopo le tempeste anzi, a dirla col poeta di Recanati. Dopo la tempesta odo augelli far festa. Come ne fanno gli uccelli usciti dall’arca dopo il diluvio; come quelle anime belle sul mare, superata l’angoscia, descritti nel salmo; come gli ospiti di Giona, sulla nave, una volta lasciato il profeta al suo destino ed alle sue responsabilità. Il tifone si è scatenato per colpa sua. A Ninive doveva restare: a fare il profeta ed il predicatore, non andarsene in fuga per i mari. Così pure gli amici del Rabbì nazareno, una volta placate le acque: “Questo qui – si dicono l’un l’altro sorpresi – è capace pure di comandare agli elementi della natura”. Un po’ meno alla loro paura, però.
Perché la fede è quel che è: basta si scateni l’inferno ed uno finisce col pensare che non smetterà più. Ch’è tutto un Acheronte da attraversare, palate a non finire dal Caronte di turno; e caligine, nebbia e buio senza fine, come in certe epiche lotte tra Conrad e Melville.
C’erano una volta certe locande nei pressi dei porti dove la gente aspettava di essere ingaggiata per fare equipaggio. Nell’attesa, mentre il mare si placava e così volgeva al termine la stagione invernale o quella dei tifoni, si raccontava, si beveva, si dormiva in tre per stanza a quattro denari, più trenta per il Giuda che aveva tradito, la stessa vita.
Quelle tempeste sono come terremoti che spezzano le vite e le cose. Le radono al suolo e, nel caso, le rovesciano come un calzino; le cambiano in modo sostanziale; certe vite che al centro le ha colpite, ai bordi le ha scolpite – come scriveva il buon Fabrizio De Andrè.
Quelli che un raptus li rende folli, la violenza, la furia incontrollata, la voglia di farsi vendetta, di cambiare tutto con un gesto solo, spesso trovano anch’essi la quiete dopo quella tempesta – ci provano almeno - e persino un Dio pietoso. Ripensano la loro vita, cominciano a progettarne un’altra. Cominciano a sentirsi come uno che ha voglia di perdono. Le nostre, di vite, dopo i marosi non tornano ad essere le stesse, quasi mai. E non sempre sono peggiori.
Voliamo via dal vecchio. Quel che arriva è nuovo, ma non è immemore di quel che è stato: tutt’altro! Le onde spazzano i ponti delle navi e schiumano via, trascinano e puliscono, se non travolgono tutto. Lui, farfalla, “ma-riposa”, così sui marosi.
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