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L'abito e il monaco

Pubblicato da Enzo Cilento su 14 Ottobre 2015, 08:05am

Tags: #Vita consacrata

L'abito e il monaco

Se l’abito non fa il monaco – come dice la sapienza popolare – non c’è monaco che non abbia un suo abito, anche se a dirla tutta, dopo il Concilio Vaticano II, sono molti quelli che – travisando ogni cosa - di quell’abito avrebbero voluto o hanno fatto invece materialmente a meno.

Il che mi ricorda la “rivoluzione” un po’ infantile delle nostre scuole statali italiane, quarant’anni fa, anni di costumi nuovi (tutto allo stesso tempo insomma – era l’aria che si respirava!); che ad un tratto si spogliarono degli antichi grembiuli uniformi, per dare a ciascuno la possibilità di andar tra i banchi come meglio poteva.

Eh sì. L’abito non fa il monaco e neppure lo studente, anche se certe uniformi aiutano ad essere riconoscibili, paradossalmente.

In ambito monastico – di contro – l’abito ha sempre avuto una sua valenza simbolica molto forte; come ce l’ha del resto ogni divisa: crea non solo una visibilità, ma ti ricongiunge vieppiù alla tradizione del pellegrino e del penitente – volendo - ; ricostituisce in definitiva quel legame “evidente” con i fondatori che di quell’abito han fatto (e non solo di quello) il manifesto per “un’altra vita”, uno stile di vita.

Che poi l’abito lo si possa indossare infangandolo e nascondendo altre miserie è tutt’altro discorso.

In ogni caso non dovrebbe mai costituire uno strumento e un simbolo di privilegio e di potere – e su questo non si discute - : mentre dice solo chi sei; e in fin dei conti, a che punto della strada. Dopodiché certo non basta da solo a rivelarlo.

In ultimo, colui che vive questa unità con Dio (monos) e vi aspira; con l’Assoluto, è bello – io trovo – che abbia un suo abbigliamento riconoscibile, un segno di riconoscimento, pur con alcune controindicazioni.

Per farla breve, sono andato pertanto già da tempo a curiosare negli archivi storici degli ordini monastici, con i loro abbigliamenti tradizionali, perché era “anche” di quel legame con il passato – senza restarne per questo schiavo – che ero alla ricerca.

Seguire una storia è un dovere, per un uomo responsabile; rinnegarla e credersi unici e non preceduti da nessuno – fosse anche nella santità! – è solo una follia. Ne ho selezionati alcuni.

Quello che ho riportato in foto è il mio preferito. Strana cosa, se penso che si richiama a quell’abito di Giovanni Gualberto (quello dei Vallombrosani) che tante volte ho “chiamato” in privato; e che ha assistito al mio ritorno in chiesa, fin dai tempi di santa Prassede, a Roma. Ne faccio uso per ora solo nei momenti della mia preghiera – e neppure in tutte le ore – mentre attendo di poter pronunciare la mia promessa – quanto prima - nelle mani di chi abbia autorità per farlo, davanti agli uomini, quanto meno; ché di fronte a Dio è già avvenuto da un pezzo.

Ne scrivo come di una cosa mia, e sul mio blog, quasi di sottecchi, con quel pudore che è d’uopo, quando non si voglia fare spettacolo anche di ciò che c’è di più intimo (e insieme di più universale) nella propria vita.

Mi ci guardo ogni tanto di sfuggita allo specchio e trovo che questo sia il mio vestito migliore.

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