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La fede secondo Radio Days

Pubblicato da Enzo Cilento su 6 Novembre 2015, 08:40am

Tags: #un altro sport, #Vita consacrata

La fede secondo Radio Days

Mi fermo spesso, lo ammetto – ognuno ha le sue debolezze! – ad ascoltare gli esiti delle partite di pallone, alla radio.

Alla radio, sì, non in televisione, dove l’immaginazione può davvero volare. Quelli più vecchi di me, mi confermano di questo fascino impareggiabile delle azioni descritte con bella fantasia dai cronisti. Loro ricordano Carosio. Io mi fermo alla voce rauca di Ciotti che al pallone aveva giocato soprattutto a Frosinone, leggevo; ma che per prima cosa amava la musica, suonava e faceva in più il cronista persino al Festival di Sanremo. E poi ad Ameri (un po’ nasale la sua, di voce); a Bortoluzzi e allo Stock con cui brindare comunque fosse andata.

E quel calcio era davvero pittoresco (e picaresco, zingaresco) a confronto di quello patinato cui assistiamo quest’oggi, tatuaggi e capelli scolpiti, visagisti e stilisti della pelota. Inutile dire per chi voglia propendere.

Di aneddoti se ne raccolgono a migliaia, che neppure c’è bisogno vi ritorni, anche se ogni volta resto incantato a leggerne di certe figure: del Mago e di Pugliese, di Rocco (e i suoi fratelli); di Pesaola, Chiappella e di Liedholm; di quella generazione andata e rimasta nei libri della storia di Strapaese.

Oggi, per dire, Brera non avrebbe più ragion d’essere e non avrebbe nazione.

Quello sport in bianco e nero ha salvato a molti di noi la vita dalla noia e talora anche dagli stravizi.

A Milano, durante la mia breve stagione di soggiorno, qualche anno addietro, ebbi la ventura di conoscere un arguto frate francescano col quale volentieri mi fermavo a parlare. D’accordo su tutto: un vero piacere.

Salvo la fede calcistica: lui teneva al Milan ed io all’Inter naturalmente, com’è sempre stato.

Mentre dai monaci, nel 2012, ogni tanto dovevo eclissarmi di nascosto, per ascoltare le partite dell’Europeo; e questo a loro non faceva piacere, quasi fosse un ostacolo alla mia vocazione. Non so.

Anche Pasolini – un geniaccio, pare - faceva il calciatore – leggevo - in periferia, di mezza età; e da giovane – ma gli altri lo eran più di lui – organizzava partite tra friulani e giù di lì; mettendo in campo pure Capello e Reja, oggi maturi allenatori, come vedevo in foto.

In questi giorni, a quarant’anni dalla morte (violenta e misteriosa), anche di questo i giornali hanno parlato; e le librerie son piene dei suoi libri per celebrarne il ricordo, come vedo, il che mi fa piacere; così come della riscoperta recente di Pomilio (venticinque, dalla scomparsa) di cui si ristampano le cose di cui si diceva di recente anche su queste pagine: e ne sono fiero.

“Quinto Evangelio” dunque e non solo: che insegna a giocarsi la vita, anche in bianco e nero, anche sui campi di provincia e in mezzo alla polvere e al fango: chi se ne frega se sei tarchiato e non proprio bello da vedere; se sei stempiato e non hai il fisico da copertina come Ronaldo (Cristiano)!

Anche in questo sembra che i figli di questo mondo (ahinoi!) siano più scaltri e furbi degli altri; benché sia certo che si tratta solo di apparenza, in fin dei conti.

E che padre Pasquale, il francescano di cui dicevo sopra - che milanista sì ma non berlusconiano era - aveva trovato bene la quadratura del suo cerchio, anche della sua vocazione, in barba a tutti i farisei di questo mondo: tifava la fatica ed il sudore – niente male! - più che le veline e i soldi spesi in Maserati; e questo può essere accetto anche a Nostro Signore, oltre che a Bergoglio, che tifa San Lorenzo de Almagro.

Al primo posto Lui (Iddio) e l’amicizia nostra – mi dico - poi c’è tempo anche per un po’ di radio, se capita; mentre il mondo con ogni cosa passa e i suoi idoli di cartone se ne vanno in rovina e spesso alla berlina, idoli formalismi, bei vestiti inchini e solo forme: fa niente se coi soldi in banca ti comporti come tutti – anzi, peggio – scaltro e peggio dei figli di tutta questa malsana tradizione.

A quella pace ed alla confidenza con Dio Nostro – finché ce la darà - non rinuncerei non per la Banca d'Affari di nessuna bandiera: neppure per lo Ior. E neppure per la prima pagina di Newsweek: di questo son convinto ogni giorno di più, grazie a Dio: in bianco e nero non per nostalgia: per convinzione invece e per scelta di vita.

E’ questo che va detto alla gente, per conversione e per passione per gioia: “beati i poveri di spirito” – insomma – quelli che gli basta apparentemente così poco per sentirsi privilegiati: insomma un po’ felici e conquistati, innamorati, paghi della felicità descritta e promessa, anche quella paesana, alla radio.

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