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Il Giglio e il mio fratello maggiore

Pubblicato da Enzo Cilento su 17 Ottobre 2015, 09:09am

Tags: #Lo spirito del viaggio, #Vita consacrata

Il Giglio e il mio fratello maggiore

Ci ripensavo ieri sera prima di addormentarmi a quelle camminate in collina per cui non si può che essere ragionevolmente felici. Ché mi inerpico così fino al Santuario della Madonna del Giglio, qui nelle vicinanze, una chiesetta neppure troppo piccola, chiusa quasi tutto l’anno e a fianco una struttura che dicono “il Monastero” e che davvero deve esserlo stato in passato, poi in mano ai religiosi di san Vincenzo de’ Paoli – mi assicurano – poi quasi uno studentato per loro; poi perfino presidio tedesco durante il II conflitto mondiale; poi in mano alla chiesa locale – ritiri e dintorni per gli scout – e adesso proprietà privata – mi riferiscono - e “abbandonata” – che sopravvive silente a sé stessa, portandosi dietro ricordi e vecchie suppellettili messe lì in cantina e nel cortile, a prender pioggia ed a finire, tra i rovi. Ma non è tutta una rovina.

Perché i solai tengono bene – mi dice una sorta di custode delle chiavi di molte porte aperte, alcune già sfondate dal vandalo e dal curioso di passaggio – e insomma che forse ne potrei persino aver le chiavi – mi dice, chissà come succede …

Mi sovviene d’un tratto come il sapore di certi libri che ho letto non molto addietro – de La brace dei Biassoli, a firma di Tobino – e di quelle proprietà e di quelle cose che un po’ muoiono – è vero – con chi le ha vissute; e che pure sopravvivono loro o riprendon vita come le ossa descritte da Ezechiele. Melograni e viti tenuti alla bell’e meglio – ne mangiavo un grappolo di uva fragola camminando – e poi un albero di loti, grondante, di quelli succosissimi e maturi; un paio di melograni e meli e pere.

E’ una scoperta come le finestre da cui s’intravvede; dalle porte per le quali da qualche parte si può entrare. Molta vita e molta fede dev’esservi passata anche là dentro; e molta disperazione e chissà cos’altro negli anni della guerra. Dei tedeschi vi sarebbero tornati anni fa – reduci e sopravvissuti – forse a cercarvi qualcosa, la propria matta giovinezza, il sangue della vita (e della morte sfiorata e inferta, persino …).

E poi steccati e passamani più su; e scalini come in pietra, in collina, fino ad un mare di gelsomini di quelli selvatici e lilla, come una distesa umbratile, soave. In uno spiazzo in mezzo a tutto questo, la grotta che riproduce Lourdes, la Madonna e Bernardette, lì alle intemperie.

Ché mi chiedo quando viene buio di notte al silenzio e senza luce, mentre vi passano i ricci ed i cinghiali, se non abbiano bisogno - non so - di compagnia...

Farnetico e fantastico, come un ragazzino, mentre la vita presente e quella passata come sempre si sfiorano, s’intrecciano e in fondo si somigliano. Ché tutto dura poco e sempre, tutto uguale e tutto apparentemente singolare, come ciascuno crede sia la vita sua. Senza troppa malinconia, peraltro.

Con la gioia contenuta e un po’ commossa di essere qui, proprio sulla terra – Laudato sì - in mezzo al suono delle foglie calpestate, in questo mare lilla chiaro, mentre all’orizzonte è tutto il profilo di colline del mio santo amato che forse era qui che voleva portarmi, mi sento di affermare. Che io porto con me sempre, costui: quasi come una coscienza seconda – oso dire; quasi il mio fratello maggiore.

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