Primi ed ultimi. E’ su questa dinamica – talvolta un po’ fraintesa, oltretutto – che sembra giocarsi il messaggio di un cristianesimo autentico; e neppure solo di quello ...
Mi viene da subito da pensare alle inevitabili implicazioni che riguardano le inesauribili riflessioni sui temi dell’umiltà e della modestia, così frequente in ambito cristiano.
Il mondo è pieno di falsa modestia. E di questo bisogna prendere atto. Dio ci salvi dalla falsa modestia , insomma! Che infatti è come il lievito dei farisei. E’ solo pompa, forma; è un inganno.
Quella vera invece, in più – e qui anche di umiltà autentica, intendo – non solo non può essere mai “solo” un’imposizione morale – neppure se fosse sincera questa volizione – di quelle che possiamo fare a noi stessi infatti, pur non appartenendoci affatto. Ma in pi più voglio dire che nessuno può dire a sé stesso “voglio essere umile”, perché poi lo possa essere, non essendolo invece profondamente, direi quasi “culturalmente”.
Purtroppo (?) direi che questo non basta, ecco.
E che anzi in tal modo si rischia solo di produrre un po’ di frutti dolciastri, rachitici e non ben maturi.
Purtroppo sembra che non basti dire “posso imparare ancora qualcosa, da chiunque” per imparare ad imparare. “O è o non è”. Anche se forse a questo si può essere educati; questo sì: con una altro atteggiamento umano, frutto di un’altra cultura (?); quella che parte dal legittimo riconoscimento dell’altro e del suo valore, del suo cuore, dei suoi desideri.
Spesso ci scopriamo ad avere assunto l’atteggiamento di chi ritiene di non avere più nulla da capire: “so tutto”, autosufficienti, invece: “non ho bisogno di nessuno”.Prego di non diventare così, di non esserlo diventato. E comunque di poter cambiare. Anche se a volte scopro di essere esattamente questo.
Dopodiché il saccente il superbo e l’arrogante altri non è che uno sciocco, non è realista, non è umile e tanto meno è modesto.
E’ “altra”, questa umiltà cui dovremmo aspirare.
“Il primo” in definitiva – così parlando - è quello intelligente (realista?); perché è quello che serve – è vero – ma in quanto sa accogliere altri e la diversità altrui – se ne fa forte – e in questo infatti sta il “servirli” ma anche “il farsi servire” perché si diventa “migliori”, meno autoreferenziali – perché in ciascuno è la nostra stessa dignità ma soprattutto c’è altro, un’altra identità, che sempre è più di noi soli;
e insomma, se non si ascoltano le domande altrui – anche quelle vere e profonde – non si fa che servire sé stessi – almeno in apparenza, perché neppure a quelle si dà vera risposta – e un personale disegno, peraltro sempre monco.
So bene che tutto ciò può sembrare solo una contorsione della mente; una complicazione, questa lettura del servire, dell’essere servitori per esser primi, migliori.
Che sarebbe più semplice risolvere tutto in un “fare” a servizio dell’altro: “lavo e pulisco, faccio la spesa al vicino; faccio l’elemosina e raccolgo i fondi per questo e quello, le carte sporche e la plastica l’alluminio; e poi la giornata per i poveri i malati; per le missioni e per le vocazioni. Che è già un bene, in fin dei conti - per inciso.
Eppure è, che è come sempre “solo” il cuore a determinare il nome (e la natura) delle cose, la loro identità, il valore e la verità di quel che siamo e che facciamo.
Di contro – mi si consenta - il confine col moralismo e con l’autocompiacimento è sempre sottile.
Insomma “Il fare” non è mai tutto; e non è mai comunque uguale. E’ il cuore quello che dice che uomini e che servitori (e di chi) noi lo siamo. Qual è il nostro padrone e chi e cosa siamo disposti a servire. Spesso il successo e il dio denaro – e lo sappiamo; il dio che siamo a noi stessi addirittura; la sacra immagine che vogliamo imporre ed esportare, per continuare; quello che gli altri vedano; e che noi stessi vediamo.
Scrutarsi invece – questo io penso che sia essenziale – e conoscere le intenzioni. Che son quelle che in fondo dirimono e salvano persino i nostri più grossi errori. Sbagliare è umano. Barare no.
Questo è diabolico. Divide infatti e ha un sapore non buono, come di un frutto bruciacchiato, quasi un sapore di certi fiumiciattoli melmosi del nostro Inferno …