E’ un periodo dell’anno, questo, in cui più che a viaggiare (è per pochi fortunati), si pensa a ritornare. E si ritorna alle proprie case, quando si senton proprie; alle proprie città; alle proprie occupazioni. Non riesco a non vedere in tutto questo il rischio di un’estraneità, spesso; come un’alienazione.
Perché il nostro cuore è altrove.
Penso a quanto ho amato Roma – dico - e a come me ne sono sentito man mano deprivato; come se mi avessero strappato una persona cara. Perché la città non è più, da tempo, la città che sento mia, ormai: degradata, disperata, aggressiva, insozzata. Oggi per me tornare a Roma è spesso solo un grande dolore, come uno struggente “Amarcord”. Così che non è più casa mia …
E così è stato a volte per quello che avevo scelto come lavoro. Immagino che lo stesso accada a tanti; persino tornando a casa, in un’abitazione, in un quartiere, in una famiglia che ci vede sopravvivere, così ...
Perciò ieri mi è sembrato ben strano caricare la mia macchina a più non posso, per partire. Con mia mamma che mi riempie delle sue conserve; io che affastello libri e qualche aspettativa.
E per strada tanti che tornano a quella che chiamiamo “casa”, armi e bagagli, chissà.
Stavolta che riparto senza lasciare macerie alle mie spalle – mi sembra – mentre la voglia di rivedersi e di ricominciare, di progettare c’è ancora. Chissà dove sto andando. Chissà qual è la casa mia.
E’ bello però questo Paese ferito.
Per la strada, sui due lati, ci sono nomi e cose che mi incuriosiscono ora. Quei paesi posti su di un monte; quell’edificio e quella torre.
All’ingresso di Salerno e prima di Arechi, il suo castello; è tutto un richiamo di torri e di gole; di feritoie e purtroppo di ferite aperte nelle montagne, di cave piene di fumo.
Da ragazzo son solito fin lassù, me lo ricordo, come a Cava dei Tirreni, fino alla Badia. Vi ho persino fatto l’insegnante per qualche mese.
L’ho fatto anche da solo quel cammino tra i sentieri. Mi ricordo le sorbe mangiate sul tragitto. Esistono ancora le sorbe?
Mentre da bambino sono andato più volte fino a Montecassino che ora vedo alla mia destra; ci sono stato con mio padre; e poi al sacrario di guerra: non ricordo granché. Dovrò tornarci.
Fantastichiamo viaggiando, da soli e con il compagno mio di viaggio. “Non ho mai visitato Trisulti e neppure Fossanova. Mi dovrai accompagnare” – dico risalendo la dorsale e intanto mi avvicino a questo posto che mi ospita ora.
Già! Ma dov’è il mio cuore?
Il mio cuore che s’apre ora allo spazio aperto dopo Roma, che vede di lontano il monte Soratte e poi la Sabina e comincia a intravvedere i monti tra la Flaminia ed il Ternano; è semplicemente con chi amo: ovvio!
Con gli uomini che ammiro e che mi invitano a cambiare; con le mie suggestioni un po’ storiche e letterarie; con la storia di eroismo e di santità di questo Paese; con tutte le persone che vorrei portare in viaggio con me, ora, per condividere, solidarizzare.
Ce n’è di lontanissimi; ce n’è di quelli da cui siamo costretti a separarci, anche se per poco; ce n’è di familiari e di colti; di semplici e di generosi; di uomini di fede e di gente che fede non ne ha.
Poterli portare con noi, risalendo la penisola ed il mondo, in fondo avviene già, se il nostro cuore è sempre un po’ con loro.
