Una serie di domande affollava la mia mente stamattina; in realtà fin da ieri sera, da quando cioè ho ripreso in mano il capolavoro di Mario Pomilio, “Il quinto Evangelio”.
Che poi “riprendere in mano” non è la giusta definizione, dal momento che, se anche lo avessi letto in passato, ho l’impressione di non averlo fatto in alcun modo: forse semplicemente per il fatto che – sempre – le cose vanno affrontate quando i tempi son maturi; e con lo spirito giusto.
E la domanda s’intreccia sorprendentemente con la festa che ricorre quest’oggi tra i cristiani: quella della Natività di Maria.
Detto che – e mi scuso per il raggrumarsi di tante suggestioni assieme che spero però presto si dipanino – la Natività di Maria apre la scena e i miei occhi, la mai immaginazione, ad un’altra Natività, quella del Cristo, perché essa ha senso a partire da questa ed in questa trova il suo sbocco, la sua ragione e la sua realizzazione;
ecco che il mistero – ed è quanto mi sovviene – non può che nascere in un segno (un seme); sempre in qualcosa di “bambino”, in fasce, che ancora non appare nella sua interezza;
tanto che la fede nella ragione di ciò che nasce (tutto ciò che viene alla luce, in quest’ottica ha una ragione che deve rivelarsi e svilupparsi, chiarirsi) e l’atto di fede è sempre e solo questo: credere che nulla di quanto accade ed emerge apparentemente dal nulla, dal non essere, sia “a caso”; e che tutto sia fatto invece per essere e “per noi”.
Così dunque, dire “sì” a questo, a ciò che nasce e avviene, è sempre il primo passo intanto: il più grande e difficile da compiere.
Nello specifico, la realtà è pertanto piena di segni che ci parlano; che sono segni di fronte ai quali si può rifiutare di credere (“non li vedo!”) o invece – e questo è frutto della nostra libertà – aderire; attendere perché daranno altro.
Potrei dire – a sostegno - che anche la mia storia, come quella di tutti del resto, è una storia che richiama all’ida di “essere stati chiamati in vita”; e che in essa c’è sempre un atto di fede da compiere perché questo si compia, un fiat da pronunciare, senza averne paura.
Giuseppe – dico - è invitato a non aver paura del bambino che nasce (ne avrebbe ben ragione, invece); Elisabetta e Zaccaria, lo stesso; così come Abramo e Sara.
Tutta la storia, letta in questa luce, è un invito a non temere quanto sta accadendo, all’annuncio che ci vien dato e che siamo; un invito a credere alle cose piccole che ci vengono incontro e ad avere pazienza di aspettare, anche se trepidanti.
Risparmio la mia storia personale, che si è però inceppata proprio quando non ho creduto a quella piccolezza che mi nasceva in grembo; e che infine è rinata quando mi sono reso conto che solo quel farmi piccolo di fronte a quello che stava accadendo, mi avrebbe consentito di lasciare spazio a quell’Altro che si poteva andar compiendo: “Lui deve crescere ed io diminuire” - direi.
Io credo – chiarisco - che debba sempre “diminuire”, cioè rimpicciolirsi, l’io inteso come ego, unico criterio di giudizio. Non possiamo essere soli a decidere senza un relazione con qualcosa di più grande in cui siamo inseriti.
Se Maria e gli altri personaggi biblici di cui sopra si fossero attenuti ai loro limiti umani sentimentali e culturali, avrebbero deciso altrimenti.
E’ questo saper superare questo, che è un po’ un affidarsi, per quanto faticoso, che riscatta la propria storia e la rende esemplare. Non tutti i nostri calcoli (non solo quelli) possono essere il criterio di giudizio sulle cose e sulle nostre scelte. Questo mi pare.
E’ un “fiat”, un “avvenga” che accade appunto “secondo la tua parola”; cioè un “mi fido di te”; il che oltretutto non ci libera mai del tutto dai nostri timori, dalle nostre resistenze, dalle ansie che non ci fan dormire la notte …
Ora – ecco l’intreccio! – della Natività di Maria, di Maria Bambina, credo che nessuno o quasi abbia mai scritto o raccontato.
Forse perché c’è poco da dire di una vita “normale” come tante (ecco la non eccezionalità e quindi la piccolezza); o forse perché si parte sempre dall’idea che della “normalità” non ci sia nulla da dire.
Mi piacerebbe farlo, ecco. Parlare dell’infanzia di Maria come tanti han provato a fare di quella di Gesù. E così (ecco il contributo di Pomilio di cui sopra), ecco la ragione di un quinto, di un sesto, di un centesimo evangelio, apocrifo come tutti quelli che non sono entrati nel “canone” biblico ma che pure affondano le mani nella tradizione orale e leggendaria sovente; che racconti di tutto quello che i Vangeli esistenti non dicono ma talora lasciano intendere, dal momento che essi raccontano ciò che è sufficiente alla fede di ogni uomo, mentre c’è molto (e lo dice anche Giovanni) che non è stato raccontato in essi, perché in tal caso i libri neppure sarebbero bastati.
E’ per questo che tanti uomini hanno sognato di scriverlo e di scovarlo un altro testo; o di scriverlo a sangue con la propria vita, certo; salvo che poi sarebbe sempre utile e affascinante che qualcuno la raccontasse quella vita lì.
Che è poi quello che han fatto molti uomini e donne che ricordiamo come “santi”; o che hanno cercato una loro evangelicità: persino non credenti, oltretutto. Ve lo ricordate il Vangelo di Pasolini? E quello del Cristo dolente di De Andrè?
Molti, un altro evangelio hanno cercato di raccontarlo, perché a molti è sembrato che la vita e i secoli avessero bisogno di una conferma, di una “rinfrescata”. Non per fare un “Vangelo secondo me”, ma per fare il Vangelo che vive in me, credo, chissà.
Ecco! Di Maria e della sua infanzia, di quella natività tra gente semplice ma non coronata da Vespero e dalla Cometa, dai Magi e dai Pastori, forse mi piacerebbe raccontare, ora; così come mi piacerebbe scrivere di quell’annuncio (evangelio) che oggi andrebbe rivolto ai giornalisti e ai cineasti; ai banchieri e agli infermieri; agli sportivi e a quelli che vivono sul web, ai programmatori.
Insomma: se è vero che qui, nella Tradizione, è la Rivelazione e un annuncio universale; è anche vero che a ogni uomo Dio rivolge una parola ed una chiamata “diversa”.
Che a ciascuno bisognerebbe parlare col proprio linguaggio. Che lo Spirito dona proprio questa molteplicità delle lingue, oggi che è dappertutto Babele e che però non per questo si rinuncia a comunicare, a raccontare, a scrivere, a sperare. Qualcosa si può fare; e qualcosa farò.
“Non ti preoccupare prima, delle cose che dovrai dire per difenderti. Io parlerò per te …” – mi viene in mente.
Magari accadesse così, per qualcuno di noi, almeno qualche volta …
