Immaginavo un cammino in Medio Oriente, in luoghi che non ho mai visitato e non mai veduto, se non attraverso i racconti e le immagini passate sullo schermo.
Immaginavo un sole stordente, perlopiù; e poi l’aridità, la siccità, sete e polvere. So bene che in questo proietto la mia idiosincrasia per il caldo e per la polvere, la sete; ma insomma, tant’è ….
In ogni modo, camminarvi dentro non sarà in alcun modo agevole, se la polvere della strada e del deserto è nominata così spesso nelle Scritture, quella che si scuote dai sandali; o quella che vi si attacca; quella che ricopre i piedi dei viandanti.
Parto da questo scenario, per dire di un versetto, una metafora – mi dico – letta e riletta, anche distrattamente, da chi come me ha appena un po’ di confidenza con la lettura dei salmi.
Si tratta del salmo 109, in cui si fa riferimento al sacerdozio di Melchisedeck, quello che non deriva né dai natali, non da diritti acquisiti e non dall’appartenere cioè ad una gente a cui la cosa tocca per diritto, come alla tribù di Levi.
C’è un altro sacerdozio – s’intende dire nel contesto – di cui invece si acquista consapevolezza solo cammin facendo e solo alimentandosi, “bevendo”, al torrente che spegne quella sete.
“Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa” – come recita il verso.
Chi cammina, si ferma e si disseta; e se si disseta alla fonte giusta, non può che, fiero e grato, risollevato, sollevare la testa, guardare in alto, da cui viene ogni cosa e ogni "giusta" legittimazione.
L’acqua scorre in basso, ma le sue sorgenti sono in alto, altrove.
Durante il cammino, forse gioverebbe ricordarlo. E’ una cosa che ci fa felici.