Leggevo una pagina di Bernardo di Chiaravalle stamattina (non a caso Dante è sulle sue labbra che pone la sua preghiera alla Madonna). Ora, ricordandosi oggi il titolo di “Addolorata”, nel testo si rispondeva – tra le altre cose – ai dubbi di chi rifletteva sul fatto che a Maria dovesse esser noto da sempre della sorte del figlio (Simeone gliela predice al tempio); che la sua morte sarebbe stata seguita in ogni caso dalla Risurrezione; che quella sofferenza in fin dei conti le fosse stata predetta.
Come se questo costituisse un motivo per cui si soffre meno, di fronte al dolore. O come se quel dolore del figlio fosse quasi apparente, come la sua morte.
Questa è la condizione di ogni persona di fede – allora, a dirla tutta – dal momento che chiunque creda; crede che quella morte, di un congiunto e di una persona cara, costituisca solo un passaggio; che quella sofferenza sarà coronata da altro; che insomma nulla è davvero finito, pur se nulla è finto però di quel dolore del passaggio, e di questo nessuno può dir nulla.
Al di là della apparente ingenuità delle obiezioni di cui sopra; in verità quante volte non siamo stati turbati dalle stesse domande, o da altre simili?
Quella morte seguita da resurrezione; quella consapevolezza del proprio destino, a volte ci ha fatto chiedere fino a che punto quel dolore fosse vissuto in pienezza: altro è saper di morire e non vedere altro; altro è sapere che si tratta di un black out, per così dire , di settantadue ore.
Resta però l’umiliazione e l’affronto da subire – e quello è vero e in ogni caso indiscutibile - uguale per tutti. Sono veri gli insulti; gli sputi; i flagelli e le fruste; le accuse infondate e ignominiose; la malafede; l’abbandono e il tradimento. E tutto ciò non è una messinscena: E’ verità.
Ora, di fronte a questo, non solo chi subisce direttamente; ma il congiunto, una madre ad esempio, non può che avvertire il dolore e l’amarezza. E allora addolorarsi davvero; direi fine allo sfinimento; fino all’inebetimento.
Questo – credendo alla storia dei Vangeli – è un tributo che la madre del Cristo ha pagato, come tante madri poi nel corso della storia: è chiaro! E questo la rende umanissima.
Amplificare poi gli aspetti per così dire “patetici” ed umani del discorso, so che a talune sensibilità religiose e “teologicamente più raffinate” può non piacere; così come troverai sempre qualcuno che obietterà che questo rende troppo umano e lacrimoso il percorso di cui sopra.
A me vengono in mente, talora, davanti agli occhi – a dire il vero, ed è quello che più mi sembra obbrobrioso – proprio le tappe intermedie di questo cammino percorso dal condannato alla croce, Gesù; e penso che questo sia il dolore più grande, più dei chiodi: lo sono l’abbandono e la derisione. E’ quello che gli Ebrei spesso usano come “arma” nei confronti di Dio per richiamarlo alla misericordia. “Vuoi che gli altri dicano, ecco a cosa li ha condotti il loro Dio? Come li ha abbandonati ed ingannati?”. Forse il Cristo queste cose dovette sentirle, pure se viene da chiedersi – ahinoi quante domande! – quante domande possa porsi un uomo che è anche Dio e che quindi per ogni domanda conoscerebbe anche la risposta.
Ma vado davvero un po’ a tentoni. E allora dico che il suo dolore non è su di sé neppure primieramente o sulla sua condizione; ma su ogni Gerusalemme di questo mondo, che pure egli avrebbe voluto proteggere; cioè su ogni comunità di uomini pronti continuamente e per poco a tradirsi l’un l’altro; a rinnegarsi; ad insultarsi; a crocifiggersi.
Lui, che è vero Dio e vero uomo; in merito all’uomo e alla sua natura sperimenta questo disinganno; ne fa esperienza; e, vivendo pienamente da uomo – forse persino dimenticandosi di essere di Dio – non può non provare l’annichilimento cui porta questa constatazione.
Mentre Maria dal canto sua, “Stabat Mater”, come dice l’inno, sapendo di assistere ad una vera morte, ad una vera profanazione di quell’uomo e di quel Figlio suo che pure era da Dio. Forse i figli che vengono da Dio son tutti destinati a questa fine …
Son facili oggi i mille parallelismi visivi con lo spettacolo delle madri d’ogni continente e d’ogni tempo, con la loro sofferenza; con quelle dei migranti; dei figli in guerra; dei morti ammazzati; le vittime di ogni terrorismo; delle malattie e di ogni malasanità; delle droghe e degli sballi; della depressione e della mancanza di prospettive.
Ma non è questo che voglio fare.
Mi ricordo invece – per prender respiro - i miei studi all’Università che restano ancora miei compagni di viaggio, di frequente: da Jacopone ai Laudari, ai Battenti ai Flagellanti; a tutti i movimenti pauperistici, talora ereticali; a quelli insomma penitenziali.
Con loro, Maria era davvero solo l’Addolorata trafitta di lame, come dice Simeone; e il figlio suo è davvero un uomo il cui tormento incute una livida impressione.
