C’è un’aria talmente bella questa mattina come a gustarsela dalla tolda di una nave, che non si può fare a meno di pensare ad un tempo nuovo da costruire, ad un progetto da andare a creare. O forse a continuare.
Quella che dovrei scrivere qui è una recensione (“una sorta di recensione”) su di un libro “vecchio” esattamente quarant’anni, un piccolo capolavoro a suo modo; che nella copia che conservo, porta a conclusione la consueta firma di mio padre, che sempre fa così coi libri suoi di cui ha portato a termine la lettura.
Il che avvenne esattamente il 22 di ottobre del 1975, in questo caso.
Ma ne parlavo i giorni scorsi appena, su questo blog; e l’impressione e l’emozione è la stessa ora.
Questo è un libro mandatomi dalla Provvidenza, per così dire. Questo è un libro che non avrei mai voluto finire; e che non deve finire infatti come in uno scaffale. E’ Il Quinto Evangelio di Mario Pomilio – e non mi va qui di stare a fare il critico letterario, la prima cosa che ho fatto sui giornali – anche se si potrebbe molto dire in positivo della sua strutturazione e della ideazione che sta al fondo; di certe ricerche storiche, invenzioni intrecci e scelte di stile; di quella capacità di portarti a zonzo fino alla fine, fino all’espediente ultimo del testo teatrale, quasi “un’altra cosa” rispetto a tutto il resto, quasi vivesse di un’autonoma vita.
La verità è che questo Evangelio Quinto non può restare materia di un libro, ma è davvero ciò che innerva l’esistenza di un uomo che un annuncio se lo trova a un tratto (?) davanti agli occhi, a un punto della vita sua nel cammino e lo sente subito come l’eredità, un compito, un’investitura, una missione.
Si ha un bel dire che non è quello che si cerchi. Ogni uomo al fondo ha e sogna che un compito gli sia stato conferito e in certi casi (anche il mio) la scelta di vita è quella di indicare un po’ una via, semplicemente; quella che nel caso percorre tutti e quattro i Vangeli, via della liberazione, quinto evangelo che si va scrivendo, continuando l’opera presso gli uomini i fatti i secoli i momenti cui si è mandati.
Scrivere e vivere come vivo, per me è questo: ne son certo! E Pomilio in questo mi conferma e mi rafforza.
Che cos’altro ci è chiesto se non di liberare ogn’uomo e di condurre (di condurci) fuori dalle nostre pastoie e dipendenze?
Questo è il compito di un uomo di studi e di lettere; di chiunque abbia avuto questa passione e questo dono, eventualmente. Nient’altro ci viene chiesto: e la nostra opera “buona” è quella di testimoniare con l’armi nostre, di vivere e di consolare, di sostenere e incoraggiare, di scrivere un’altra edizione di un Vangelo e di un annuncio nuovo, qualsiasi fosse la reazione esterna, qualsiasi fosse talora l’incomprensione.
Questo mi è chiesto, questo ci si chiede, mentre me ne vado attraverso la storia (e le storie) ad indicare le vestigia e i lasciti di quelli che di questo scrissero con la propria esistenza, col proprio pensiero, con l’obbedienza allo Spirito anche quando questo li rese invisi all’Istituzione. A cui vogliamo bene.
Al punto da volerla cambiata e liberata, se è fatta anche di uomini.
