“Forse perché tu sei l’imago a me si cara vieni, o sera”… Con tutto quello che segue nel sonetto foscoliano.
Perché foscoliani, per certi versi, ci siamo sempre sentiti un po’. E pensavo che si tratta di preghiera, anche in questo caso. E che preghiera! Una preghiera di pace, invocata.
Lo penso spesso, come stasera; mentre va cadendo il crepuscolo e rivado alla pace desiderata, sempre; a quella implorata e inseguita tutta la vita. Sia che sian nuvole che portano tempeste e neve; sia che soffi zefiro sereno: tu sei il silenzio che cerco, interiore: non strillare più!
Per una strana analogia rivado per affinità al “Sero te amavi. Tardi ti ho amato bellezza sempre antica e sempre nuova” (Agostino), che oggi sembra accompagnarmi e quasi mi martella quasi, cadenzando il giorno (e la sera), alla fine; prima nella citazione orale di un prete ascoltato a S. Maria Maggiore; e poi nelle pagine che leggo di giorno in giorno, così per farmi compagnia: “tardi ti ho amato”. Perché tardi ti ho conosciuto.
E rieccomi così a quella pace amata tardi e tardi intravista e conosciuta, mai troppo tardi però, per poter sperare che valga un approdo.
E’ come una vocazione “vieni e seguimi” questa pace: per tutti; l’atto finale a cui anela chi ne ha fatto la disperata chimera, a tratti, di tutta la propria esistenza.
“Ora lascia che il tuo servo vada in pace” – diceva anche il vecchio Simeone, davanti al tempio. L’ora della pace, appunto, l’ora della sera, ora che se ne van le torme delle cure, nuvole e folle di volti e di ansie, destinate a dormire, ormai.
