Leggo qualche settimana fa una recensione molto positiva di un libro, opera ultima di un (relativamente) giovane autore italiano. Mi sembra che l’argomento possa essere compatibile con i gusti di una persona che mi è cara. Si parla oltretutto di un pastiche linguistico alla Gadda o giù di lì. Decido di ordinarlo e così sia. Dopo qualche giorno di attesa il testo arriva in libreria, con tutte le pagine ancora da separare pazientemente, come si faceva un tempo, con un tagliacarte. Cominciò a sfogliarlo, prima di farne dono; e scopro un andamento sconcertante, una lingua incomprensibile ai più, tranne che per qualche mansueto lettore locale. Così che mi dico che prima di regalarlo, sarebbe meglio andare a fondo. E’ così che mi inerpico nella più astrusa e faticosa delle letture.
Mi astengo dal fare il nome di autore ed opera: il rischio di essere querelati è concreto. Ad ogni modo – e non sono certo uno non avvezzo alla lettura – portarlo a termine è stata una sfida con me stesso. Tutto qui. Il libro è assolutamente cervellotico ed una mera compiaciutissima ostentazione di presunta sperimentazione linguistica, proprio a voler essere buoni. Conosco bene il meccanismo delle recensioni editoriali, visto che è con queste che ho iniziato a fare il giornalista e considero anche che de gustibus non disputandum.
Solo che al povero lettore (di recensioni) andrebbero presentate anche queste difficoltà di lettura, esposte con chiarezza le caratteristiche espressive e formali di un’opera, sempre. Perché nessuno cada in tentazione di comprare ciò che non si aspetta e soprattutto di pensare male: di chi scrive, di chi recensisce e infine persino delle proprie capacità di comprendere un testo.
Come per certi film, per cui, una volta finiti uno si chiede se c’è qualcosa che sia sfuggito ... E se sì, perché mai, e per responsabilità di chi.
Il libro l’ho terminato, ad ogni modo, come dicevo. Ed ora, chissà per quale motivo, sento bisogno irrinunciabile di qualche giorno di ossigenazione.
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