Si va a dormire con le domande che Visconti lascia sospese, plumbee, dopo aver rivisto il suo film, Ludwig. E’ accaduto ieri sera, dopo tanto, a me. Una bellezza che diventa un idolo terribile, come un’utopia irraggiungibile; la vita che dovrebbe essere come l’arte e che finisce per diventare un tormento. Molti tra noi avrebbero desiderato vivere così un tempo.
Anche se la bellezza non può consistere né solo in un ideale fuori dal tempo (non è l’Arcadia e neppure i castelli che emergono dalle favole) e non può consistere solo nel circondarsi di cose belle, oggetti: una enorme infelicità dopotutto. Così come la bellezza non è solo un bellissimo corpo, uno sguardo, un ciuffo di capelli, un brandello di carne; neppure una estenuante esercitazione estatica, uno sfiorar le cose e consumarle con lo sguardo. Questa è follia, cioè dolore di fronte a ciò che muore.
Vengo da un mondo che di tutte queste cose si è alimentato: vengo da gente che scrive e che recita; da un mondo di sedicenti esteti e artisti. L’estetismo è una malattia, temo: che rende schiavi, che ci fa Mida e Creso, tutto trasforma in ciò che non ci fa essere sazi. Mi sembra di riprendere il filone interrotto ieri.
Poi il film è il trionfo di un bello malato, certo: della bellezza secondo Visconti, pur con qualche ripensamento civile; di quella di Helmut Berger e Romy Schneider, la cui storia sorprendentemente sembra somigliare a quella dei loro personaggi; quella di Orsini (il solito Iago, infido); della Mangano raffinata degli ultimi anni. E si presta a mille altre riflessioni: sul tema del potere, della monarchia, della responsabilità; della guerra, della ragion di Stato.
Anche se io vado a dormire soprattutto sopraffatto da quanto più mi è stato familiare (e nemico) in questi anni: il bello come ossessione; il bello e il buono che qui non sembrano coincidere; il bello come un miraggio, come un idolo; come una categoria solo estetica; edonistica, immagino. Me ne vado a dormire, chiedendomi se ho mai tradito questa ricerca e quali debbano essere le frontiere e i limiti da imporgli. Ma questo è un discorso su cui s’affatica il mondo, da sempre, da quando ha iniziato a interrogarsi sulle cose. Che è pur questo un atto legato alla bellezza: alla bellezza di essere uomini.
La verità è che gli oggetti fantastici di Ludwig, l’estetismo ambientale e teatrale non so perché mi danno il senso della morte e dell’asfissia, del soffocamento. E c’entra poco o nulla credo il senso della fine, della Mitteleuropa di quel tempo: c’entra forse una idolatria; c’entra forse una tirannide delle cose e un’incapacità di fondo a viverne senza subirne il ricatto.
Sai che tutto morirà e si consumerà e invecchierà, ma “godere ora” è l’unico piacere disperato che ti rimane, come un assenzio, consapevole che non dura: come te e come quel bicchiere.