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Se non sono gigli...

Pubblicato da Enzo Cilento su 10 Agosto 2015, 10:24am

Tags: #Vita consacrata

Se non sono gigli...

Chissà come si fa a morire, piccolo germe di grano …

“Si muore soli”, quando si muore, ad ogni modo – cantava il poeta, De Andrè – e “questo ricordo non vi consoli” – continuava.

Ora, ci dicono che morire un po’ (a se stessi) sia la chiave di questa rinascita e noi ci crediamo (“si muore un po’ per poter vivere” – si cantava in un’altra che adoro); anche se morire un po’, e morire a se stessi rimane un po’ un enigma per tutti, nei suoi contenuti.

Vuol dire forse che prendi atto di non essere al centro dell’universo; e che forse devi rassegnarti all’idea, gioiosamente (?), che le cose stiano così; e che quindi, libero dal peso di te stesso e dei tuoi desideri in cima al mondo e ai tuoi pensieri, campi meglio e produci di più, magari gratitudine e relazioni?

O forse che il grano deve marcire un po’ nella terra e diventare altro, come se la terra ci dovesse cambiare e trasformare, perché son sempre gli altri che ci trasformano, almeno un po’?

E che diventiamo un altro, e poi concime e poi un albero su cui svolazzano gli uccelli; e su cui altri, fuor di metafora, vengono un po’ per sfamarsi e un po’ per approfittare dell’ombra che fai?

E che insomma uno che non diventa altro, che non sa lasciarsi cambiare finisce con l’esaurirsi, inaridirsi ed estenuarsi, col diventare come un ramo secco, come quelle tare familiari che ripiegate su di sé, diventano alla fine autoimmuni e depresse, fino a non saper più sopravvivere?

Insomma, questo morire un po’; e questo lasciarsi toccare dalle cose, mi chiedo sempre cosa sia; e se debba essere un’operazione gioiosa e naturale; o invece solo salutare, come un vaccino di cui proprio non si può fare a meno, se si vuol vivere qualche anno in più e mettere al mondo qualcosa, non per forza figli - che non sono solo quelli in carne ed ossa e sangue - e che “se non sono gigli, son pur sempre figli, (a volte) vittime di questo mondo” …

Del resto se questo benedetto chicco in terra non muore (mi sovviene Gide e il suo romanzo); diventa solo un nocciolo secco; come un nocciolo di pesca intirizzito che non è buono a nulla, neppure a farci il concime.

Chissà cos’è che ci vien chiesto; che chissà perché, per moralismo bieco e lacrimoso, si pensa sempre e solo che il passaggio e il cambiamento in ogni caso debba essere sempre una sorta di crocifissione, in questa valle di lacrime appunto; mentre invece è solo un fiorire gioioso e che questa è la primavera.

A nessun dio dovrebbe piacere una morte e una trasformazione che non sia festosa, gemme e alberi da frutto dal nulla e dal chicco del sottosuolo; e nessuno dovrebbe decidere altresì che si possa morire senza neppure una speranza di far festa, da qualche parte e in qualche forma.

Non ti si chiede – dico - che di non inaridire, di non diventare un vecchio risentito e ripiegato su te stesso, con un filo di sangue estenuato nelle vene, prima della mummificazione.

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