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Il vento di New York

Pubblicato da Enzo Cilento su 14 Agosto 2015, 10:00am

Tags: #Lo spirito del viaggio

Il vento di New York

Io il mondo non lo conosco come vorrei. Vorrei aver viaggiato di più e soprattutto ogni volta, anche se nello stesso posto, mi sembra che qualcosa emerga ancora, la volta successiva; e che insomma ci sia sempre qualcos’altro che andrebbe visto ora: che potrebbe parlarmi.

Non che ci sia ansia in tutto questo, come quei viaggiatori un po’ bulimici che in tre giorni vorrebbero visitare tutta per intero la città di Parigi, ma è come se – questo sì – lo spirito del posto per certi versi mi sfuggisse ancora, sempre (ve sei?); e come se ancora, ogni luogo avesse ancora qualcosa che mi tiene celato.

E del resto come potrebbe essere altrimenti?

Accade persino della tua casa, per dire, dell’armadio; e della tua città: forse perché le cose e le creature in certo modo è come se volessero parlare e raccontare loro, in prima persona; e come se alle cose mancasse il linguaggio e la parola, solo quella. Ed è così, solo per questo che c’è tutto quel silenzio.

E’ per questo che, benché in molti posti sia stato più volte (penso ad esempio a Nuova York, dove vive mia sorella), ho la sensazione che di quei luoghi mi resti un non detto e un non svelato.

Io non conosco New York come non conosco Roma e Milano, per dire; come quasi nulla conosco; e come non conosco nessun uomo, persino.

Figurarsi ora se può essere nelle mie intenzioni quella di raccontare New York, che è poi come raccontare la sua gente, New York che tutti pensano di avere visto e di averla capita: come tutto.

Le città – come pensavano gli scrittori – sono in fondo le persone e la loro storia, tutto qui: che sfugge.

So che ho corso in città, come tanti; che lungo l’Hudson ho messo le mie solite scarpette per il running; che sono entrato di qua e di là a curiosare, sulla via dei Musei, in Central Park; che ho veduto un museo dei Natives, dei popoli indigeni insomma e non so cos’altro; che mi son fatto le consuete scarpinate sull’Empire; e che mi son fermato per strada dove la gente vende le cose che non usa più. Potrei raccontare che ho visto da lontano e poi col naso in su, da sotto, le vetrate dei grattacieli all’alba e al tramonto; che ho veduto fuggire la gente dal lavoro, per un birra nel fine settimana; e che ho girato i negozi dell’Nba e di tutti gli sport del mondo; di dischi e di giocattoli; che ho pensato alla Brooklyn dei film; ai miei nonni vissuti lì per lavoro; che c’è un’Ellis Island dove trovarvi le tracce.

E che infine quelle di tanti nostri familiari si son perse a partire di là, una volta sbarcati in nave al porto di New York.

Di tutto il resto risparmio il racconto perché sono cose stranote e non aggiungerei nulla a quello che tutti pensano – me compreso – di sapere. E’ che ieri abbiam rivisto i nostri parenti americani, così …

V’è che c’è sempre la sensazione che i posti mi vorrebbero dire di più e che vorrebbero raccontarsi.

Anni fa, Augias cominciò la sua “collana” di città visitate con lo sguardo del turista curioso. Ma non è la stessa cosa.

Non è del passaggio di Meucci e Garibaldi che mi vien voglia di sapere, non principalmente. Ma di quello della gente semmai e dei loro voli pindarici – come i miei – dei loro sogni e delle loro conquiste, loro che cambiano le Americhe e il corso delle piccole cose.

Dei frigoriferi e delle macchine per il bucato che gli cambiano la vita, piccole grandi conquiste; di quel progresso quello sviluppo, auto e sopraelevate da cavalcare per andare al lavoro; di quell’odore di forno e di caffè, senza troppa poesia, che alla fine quel posto glielo fece sentire casa. Di quelli vorrei sentire.

E forse, bisbigliando, ogni luogo parla con la voce loro; di dove aspettano ancora gli autobus e il ferry boat; di dove han lavorato trent’anni a far bottoni e camicie, cravatte e biscotti per bambini, Plasmon. Quando vado a Nuova York “sento” quella voce che parla, che è forse voce del sangue nostro e poi ancora tutto un vociar di cose, ceramiche e alluminio che gli son passati per la mano.

Una delle cose del resto che mi ricorda sempre la città è quel fumo infatti, vapore, che vien su dai tombini al mattino, d’inverno; e il vento dell’Atlantico, che attraversa le strade sempre e fa cantare un coro immenso e dimesso di uomini comuni, come noi.

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