Chissà perché tra le mie pagine più lette – notavo - (lo son poco in ogni caso, o forse troppo, per quel che valgono); notavo insomma che chissà perché tra queste vi è quella intitolata “Al bando”, pur così piena di disincanto e d’amarezza a proposito della natura dei rapporti interpersonali, di quelli intrattenuti “con la gente”.
Forse – mi dico - perché davvero il popolo degli esclusi è numeroso (tutti ci sentiamo un po’ esclusi da qualcuno e talora anche da Dio); e molti si sentono dunque di quelli messi al bando, senza meno.
O forse è solo perché io, ad essi appartengo e questi solo interpreto e dunque mi leggono.
Al bando dunque? E da chi?
E’ forte la tentazione di ripiegarci su noi stessi. In fondo è facile sentirsi fuori da un sistema o a difesa di questo, come se fosse qualcosa di immutabile per sempre; come se le regole dell’amore e dell’esistenza, dell’accoglienza, della differenza, fossero quelle per sempre, nei secoli dei secoli ingloriose.
Ed è facile anche non passare per quella cruna di un ago la cui ampiezza è stata arbitrariamente decisa da altri (decisa?). A troppi invero concediamo l’autorità di decidere della nostra felicità (quella che i credenti chiamano salvezza); mentre, al di là dell’arbitrio e dell’errore personale (anche il nostro. Ci sta!) c’è una dignità umana non negoziabile che riguarda ogni uomo.
Da questo occorre ripartire.
E allora è inevitabile mettersi all’opera per creare quel mondo e quelle condizioni in cui ad ogni essere sia data l’opportunità di essere felice di esistere. Ad ogni età, secondo la propria inclinazione, secondo quello che i dotti chiamano carismi e talenti specifici, come si vuol dire.
Noi da questo dobbiamo ripartire: me lo dico sempre e me lo ribadisco di frequente, pur consapevole che cerchiamo sempre una istituzione disposta a certificare la nostra situazione. Non è detto che avvenga e bisogna fare i conti anche con questo.
La storia è piena di accademie e di concili e organi supremi, persino di Comintern atti a decidere a chi spetta e a chi no. Eppure la storia la fanno sempre quelli a cui non spettava, secondo le regole vigenti.
C’è come una dialettica ed una spinta innata che oppone l’autorità alla novità; il vecchio, impaurito; al nuovo, frizzante.
E badate bene che è sempre il nuovo che segna la via, pur destinato a diventar vecchio a sua volta, col tempo (Credette Cimabue tener lo campo – diceva Dante).
Non credete a chi frena il vostro entusiasmo insomma e non cercate ad ogni costo l’imprimatur a questo, ecco tutto, in ogni campo: nell’arte e nell’impresa, persino in molta materia e forme di fede.
Ovunque è il lievito ed è il fermento nuovo, la botte vecchia non regge. Beati quelli che quando sarà il tempo, non saranno trovati addormentati e in letargo, ma insomma questa non è proprio un’altra storia. Spesso il sentirsi fuori pista è solo il segno di una grande elezione e di un grosso impegno, entusiasmante, che ci viene chiesto.
Insomma, al bando sì, magari, ma senza autocommiserazione – volevo aggiungere – mettendo in conto la bellezza di percorrere strade nuove che nascono dall’esperienza del passato, il ben noto nano sulle spalle del gigante, come spesso si ama dire.
Nani insomma, sì ma non troppo, ed una spanna su; noi guardiamo l’orizzonte.
