Non c’è nulla che Tu non conosca, eppure sono qui a raccontartelo. Nulla che non ti sia evidentissimo eppure sono qui a spiegartelo. Forse perché è a me stesso che devo chiarirlo; è a me solo che devo ricordarlo. Fa’ dunque che tutto quello che ti è noto di me, lo sia anche a me stesso, senza infingimenti, nel bene e nel male. E che il regalo più bello sia la conoscenza di me stesso, senza finzioni e senza menzogne perpetrate a me stesso. Come potrei mentire del resto a chi già mi conosce?
Sono parole liberamente tratte dalle Confessioni di Agostino, rilette ieri mattina, quasi per caso.
E fanno il paio con il senso di ogni nostra preghiera, sotto qualsiasi latitudine. Per cui chiediamo e ripetiamo, mettiamo a fuoco a nostro beneficio innanzitutto, quello che davvero sta a cuore a noi stessi.
Ecco perché non c’è preghiera preconfezionata; non c’è intercessione già scritta più vera e valida di questa: il resto è quasi sempre formula. Essa sola invece va al fondo dei nostri desideri più autentici.
Mi piace pensare ad una preghiera, un colloquio – qualunque sia il tuo Dio – in cui tu sia sincero, in cui tu chieda davvero quello che desideri. Che a ben vedere non è mai una cosa; è sempre una condizione, legittima oltretutto, quella di essere felice.
Fa’ che porti pace tra ciò che sono e ciò che desidero. Che io sia armonia.