Overblog Tutti i blog Blog migliori Culti religiosi
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

simeone.overblog.com

simeone.overblog.com


Il corpo e lo spirito: gente come noi

Pubblicato da Enzo Cilento su 4 Giugno 2015, 15:17pm

Tags: #Vita consacrata

Cosa c’è di male ad aver cura di sé stessi (non ossessivo); rispetto? Ha ragione chi ci contesta la nostra tristezza e la trasandatezza.

Ma voglio cominciare da lontano. Con un progetto nel progetto che non smette di frullarmi per la testa.

Perché non riprendere, anche per cambiare, (ed è un discorso complessivo e culturale) da quella “santa” idea di unità corpo e spirito, corpo/psiche; da quell’equilibrio psicofisico quindi; anche nel ripensare ad uno stile di vita pur evangelico; ad una spiritualità che possa esser sana e completa, da proporre oggi; anche alla luce delle nuove conoscenze e degli stili di vita evidentemente più sani, perlopiù, quelli sì, riconosciuti e assunti nel frattempo?

La santità – mi dico sempre, senza darmi pace – è, pur nella sua imperfezione, una forma di completezza umana. Tutto è santo.

Perché non far valere e non considerare quella parte di noi e della nostra cultura che pure è dono e pure e valore: la corporeità, la sua espressività?

E’ la coartazione che mi spaventa in ogni caso; è la visione dicotomica che mi vede fortemente critico e sospettoso, senza peraltro voler fare riferimento esplicito e strumentale (eppure c’è) alle storture conseguenti ad un modello culturale sbagliato, di cui sappiamo; e alla cronaca triste di cui sono ben pieni i giornali.

So bene che la nostra tradizione religiosa (non tutta però!), salvo casi eccezionali, del corpo ha una considerazione parziale e anche colpevolizzante: terra.

Ora, che lo sia, caduco, è fuor di dubbio; ma è pur vero che in quella terra è possibile si faccia germogliare il resto: l’uomo è uno.

Come sta il nostro rapporto con la fisicità e la corporeità, insomma?

Penso a questo come ad una condizione essenziale per ogni scelta di vita. Non solo maturità affettiva e nel caso, sessuale: se ne parla già abbastanza e poco si indaga, a dirla tutta.

Ma anche e soprattutto come capacità di relazionarsi con la nostra unità sostanziale – corpo e spirito - e insieme di veicolare una testimonianza che nulla dell’uomo metta da parte. Un cristianesimo così è gioioso e pieno.

Pensate a quanto bene possano fare in una comunità, attività connesse a questo aspetto (non solo sport tout court: non voglio fare l’Ordine degli Atleti di Cristo!); a quanto possa valere nel suo relazionarsi all’esterno, al mondo, dei giovani e dei meno giovani, della cultura tutta.

Di chi sceglie la vita, la cultura della vita.

Non si sceglie Cristo, negando la vita e dimenticando un dono ricevuto: essere una macchina organica piena di sentimenti e insieme di dinamismo fisico ed intellettuale.

Si rinuncia – si dice – a sé stessi; ma non si può farlo “all’essere uomini equilibrati”. La follia di Cristo (e paolina) è nel sapere assumere tutto e nel saperlo rendere santo. Questa è la follia vera ed è un non aver paura dell’uomo: cosa potrà farmi questi, in sé, se vi è riflessa dentro l’immagine e l’immagine del suo creatore?

C’è – è vero – una tradizione che richiama alla mortificazione ed alla rinuncia tout court, nell’ambito monastico soprattutto.

Eppure, insisto, sapersi prendere cura di sé (e degli altri) come sopra, richiede allo stesso modo una disciplina, una serie di rinunce; comporta delle scelte di vita e di stile.

Non si tratta insomma di un modello di vita dionisiaco o orgiastico, per capirci!

Si tratta di non chiudersi a quello che è un progresso della nostra cultura, assumerne il meglio. E infine di un punto di contatto e di cooperazione con un mondo che, senza nessuna colpevolizzazione, ha imparato a valutare volersi bene (e voler bene) sotto diverse forme di declinazione.

La tradizione sottovaluta questo aspetto e la mortificazione sembra essere la giusta soluzione alla dicotomia. La conoscenza ed il progresso anche pedagogico, devono tendere a riconsiderare il cammino della crescita umana alla luce di entrambe le voci.

Mi piacerebbe molto (non solo yoga o affini, come pure è proposto in qualche casa e Seminario) saper essere un luogo, almeno come opzione – anche ospitando esterni e in ricerca – ove non ci sia nessuna messa a parte. La nostra offerta è per l’uomo tutto.

Amarsi è cogliere il tutto di quel che siamo; educarlo semmai, renderlo strumentale, se proprio vogliamo.

Gente come noi, in ricerca dunque perenne, sa che in un luogo del genere si prega e si discute, ci si prende cura delle anime e dell’intelligenza; ma non si trascura il benessere globale della persona.

Il “dammi tutto di te” non significa negare niente a Dio, neppure l’esito di quei doni che si sono ricevuti e quella fisicità che è appunto la condizione nella quale siamo messi al mondo per saperlo apprezzare appieno e ringraziare.

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post

Archivi blog

Social networks

Post recenti