Fin quando sentirò di avere tante cose da raccontare e da scrivere, vorrà dire che sono vivo, che la mia anima non è morta. E’ quello che mi accade, grazie al cielo.
Quando arriverò davanti al Padreterno, credo che avrò ancora qualcosa da raccontargli; e conto che mi sia affidato il ruolo di novelliere.
Sentivo ieri pomeriggio passare sotto le finestre di casa la processione del santo del paese. Ero disteso a leggere. Le litanie e il canto, il microfono e la preghiera: il set di un film. Forse ne ho veduti troppi. Se il dantesco paradiso è una continua processione e litanie, ne chiedo l’esenzione. Non può essere così: al più in un Purgatorio.
E nel mentre, al passaggio, mi son rivisto il popolo che reca un agnello per il sacrificio, il Cristo sulla croce, la strega da bruciare, la fattucchiera, il contadino accusato di oltraggio, come quelli oggi di aver bruciato il Corano ora; o di aver pronunciato il nome di Dio invano, sempre.
Quella processione che in modo viscerale mi riporta a quello che non dovrebbe essere. Dio che non chiede vittime sacrificali e neppure feticci, idoli e capri espiatori: lo dico a tutti ed anche a me, sempre: nessuno tocchi Caino.
Ben strana sensazione, mentre la voce si diffondeva più forte sulla piazza e si gridava al termine “evviva il santo patrono” e intanto la mano di Aronne e dei suoi figli si abbatteva sul povere ariete e il sangue andava a bagnare i corni ai lati dell’altare, le dita intrise di sangue. E’ così.
Anche se un santo non vuole questo.
Non si è spenta la caccia all’untore, colonna infame; non è finita la crocifissione; non finisce la processione che termina sulla piramide di Cuzco da dove rotoleranno giù le teste.
Mi chiedo perché ci sia bisogno di questo: perché questo Dio immaginato sempre così feroce, sanguinario.
Di quanta storia dobbiamo liberarci, di quanta gente portata in catene, legata con funi mani e piedi; di quanta pietà e rispetto ha invece bisogno ogni uomo.