Molti criminali nazisti vi trovarono rifugio in Argentina, nel dopoguerra: peccato!
A noi sarebbe toccato poi familiarizzare con nome di sobborghi inutili come Bariloche – per dire – richiamando le storie sinistre di Priebke, di Kappler e dintorni.
Nessuno stupore pertanto se nel 1960 Eichmann venne prelevato di là perché fosse sottoposto al processo di Gerusalemme.
“Me lo sentivo, avevo capito di essere seguito” – sostenne il criminale nazista mesi dopo; e ciò nonostante, non avrebbe fatto nulla per evitarlo: “ero stanco di fare questa vita” - concluse… Bella libertà poter decidere quando si è stanchi di concluderla questa esistenza! Non a tutti è stato dato: grazie appunto a quelli come Eichmann. E dintorni.
Interrogarsi poi sul fatto che il processo di Gerusalemme sia stato “formalmente” regolare è tutt’altro discorso – secondo la Arendt. Forse per noi lo è un po’ meno.
E del resto, di quale regolarità stiamo parlando di fronte all’anormalità più bestiale ed assoluta che si ricordi nella storia: la Shoah?
Oh sì: la scrittrice lo seguì il processo infatti; in tutta la fase dibattimentale.
Ne scrisse, si fece passare – anche sottobanco - tutto il possibile; forse ne lesse tutte le 35.000 pagine passate poi agli atti.
Perché riparlarne oggi alla vigilia della Pasqua cristiana?
Perché la barbarie si somiglia tutta e perché vi è per me adesso come una inevitabile associazione tra agnelli portati al macello, muti.
Eichmann e Pilato: bel parallelo che mi viene adesso in mente!
Che poi ci sarebbe da chiedersi se chi agisce in prima persona sia più o meno responsabile di chi decide perché altri operino, sottoposti. E Eichmann in fondo era anche un po’ Pilato; non solo un esecutore, come volle far credere.
Ma l’Eichmann di Hannah Arendt – e ciò fece scalpore a suo tempo – è quel che è: solo una belva mediocre, uno sciacallo; uno che gioca a fare e a sentirsi il re della foresta nella burocrazia delle SS e che invece è poco più che un millantatore; “solo” un maniaco “parodistico e patetico” del ben fatto – TUTTO - e dell’obbedienza grigia ad ogni costo;
uno che non fece la carriera che avrebbe voluto o che avrebbe voluto far credere di aver fatto.
“Un uomo sfortunato” – ecco quello che egli si sente in tutta coscienza davanti alla corte israeliana di cinquant’anni fa – “obbligato” dalle cose e dal destino ad occuparsi di ciò di cui si sarebbe occupato, con grande zelo certo;
ma semplicemente allo stesso modo in cui si sarebbe occupato della questione della distribuzione della posta in Paese, o della manutenzione dei lampioni elettrici nel quartiere; se fossero stati quelli il suo lavoro.
Non ne escono bene – a dirla tutta - neanche le autorità religiose che secondo l’autrice avrebbero aiutato a stilare gli elenchi di quelli da deportare e di quelli da salvare, i notabili, le menti superiori, gli intellettuali, Barabba o un nazareno qualsiasi.
Erano anche loro lungo il Golgota, a guardare – mi viene da pensare.
Non ne esce bene l’uomo, che è quel che è: banalmente asservito al più primario degli istinti: quello di salvare la pelle.
La propria, ovviamente.
Il resto è solo carne da macello: “sono forse io il custode di mio fratello?”.
Amo il popolo ebreo metafora di ogni uomo, che ciclicamente conosce il sacrificio immane e la solitudine “mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”
