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Tra Eichmann e Pilato

Pubblicato da enzo cilento su 2 Aprile 2015, 20:32pm

Tags: #riletti

Tra Eichmann e Pilato

Molti criminali nazisti vi trovarono rifugio in Argentina, nel dopoguerra: peccato!

A noi sarebbe toccato poi familiarizzare con nome di sobborghi inutili come Bariloche – per dire – richiamando le storie sinistre di Priebke, di Kappler e dintorni.

Nessuno stupore pertanto se nel 1960 Eichmann venne prelevato di là perché fosse sottoposto al processo di Gerusalemme.

“Me lo sentivo, avevo capito di essere seguito” – sostenne il criminale nazista mesi dopo; e ciò nonostante, non avrebbe fatto nulla per evitarlo: “ero stanco di fare questa vita” - concluse… Bella libertà poter decidere quando si è stanchi di concluderla questa esistenza! Non a tutti è stato dato: grazie appunto a quelli come Eichmann. E dintorni.

Interrogarsi poi sul fatto che il processo di Gerusalemme sia stato “formalmente” regolare è tutt’altro discorso – secondo la Arendt. Forse per noi lo è un po’ meno.

E del resto, di quale regolarità stiamo parlando di fronte all’anormalità più bestiale ed assoluta che si ricordi nella storia: la Shoah?

Oh sì: la scrittrice lo seguì il processo infatti; in tutta la fase dibattimentale.

Ne scrisse, si fece passare – anche sottobanco - tutto il possibile; forse ne lesse tutte le 35.000 pagine passate poi agli atti.

Perché riparlarne oggi alla vigilia della Pasqua cristiana?

Perché la barbarie si somiglia tutta e perché vi è per me adesso come una inevitabile associazione tra agnelli portati al macello, muti.

Eichmann e Pilato: bel parallelo che mi viene adesso in mente!

Che poi ci sarebbe da chiedersi se chi agisce in prima persona sia più o meno responsabile di chi decide perché altri operino, sottoposti. E Eichmann in fondo era anche un po’ Pilato; non solo un esecutore, come volle far credere.

Ma l’Eichmann di Hannah Arendt – e ciò fece scalpore a suo tempo – è quel che è: solo una belva mediocre, uno sciacallo; uno che gioca a fare e a sentirsi il re della foresta nella burocrazia delle SS e che invece è poco più che un millantatore; “solo” un maniaco “parodistico e patetico” del ben fatto – TUTTO - e dell’obbedienza grigia ad ogni costo;

uno che non fece la carriera che avrebbe voluto o che avrebbe voluto far credere di aver fatto.

“Un uomo sfortunato” – ecco quello che egli si sente in tutta coscienza davanti alla corte israeliana di cinquant’anni fa – “obbligato” dalle cose e dal destino ad occuparsi di ciò di cui si sarebbe occupato, con grande zelo certo;

ma semplicemente allo stesso modo in cui si sarebbe occupato della questione della distribuzione della posta in Paese, o della manutenzione dei lampioni elettrici nel quartiere; se fossero stati quelli il suo lavoro.

Non ne escono bene – a dirla tutta - neanche le autorità religiose che secondo l’autrice avrebbero aiutato a stilare gli elenchi di quelli da deportare e di quelli da salvare, i notabili, le menti superiori, gli intellettuali, Barabba o un nazareno qualsiasi.

Erano anche loro lungo il Golgota, a guardare – mi viene da pensare.

Non ne esce bene l’uomo, che è quel che è: banalmente asservito al più primario degli istinti: quello di salvare la pelle.

La propria, ovviamente.

Il resto è solo carne da macello: “sono forse io il custode di mio fratello?”.

Amo il popolo ebreo metafora di ogni uomo, che ciclicamente conosce il sacrificio immane e la solitudine “mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”

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