Simon Wiesenthal ha dedicato la vita a dare la caccia ai responsabili dell’Olocausto. E’ colui che ha fornito – per inciso - le informazioni giuste perché venisse catturato Eichmann, il macellaio del processo di Gerusalemme.
Mi son ritrovato tra le mani il suo romanzo, di Wiesenthal, liberamente ispirato ad un fatto reale di cui è stato testimone, “Max e Helen”; e mi sono ricordato di averlo regalato, senza averlo mai letto.
Che la verità delle volte è persino ostacolata dalla pietà per i sopravvissuti; e che non di rado il silenzio è la medicina migliore, anche di fronte ad una ferita che sanguina ancora.
Non sono mai stato per il silenzio – in teoria – e la verità dentro di me chiederebbe sempre e con forza di essere rivelata, per guarire.
Dopodichè c’è la compassione: per le vittime.
Ci son cose che non direi mai ai miei anziani; mai alle persone che amo. Perché le amo e so che non reggerebbero la verità.
La giustizia vera è come quella di Dio come spiega bene una storia sufi che leggevo ieri.
Che di una ricca eredità, la giustizia di Dio potrebbe esigere che ad uno vada il 95%; ad un altro il 5%; all’ultimo, nulla. E non potremmo obiettare alcunchè, perché troppo più lungimirante di noi.
Che c’è una giustizia che non ha la bilancia umana, come nelle statue neoclassiche; ma che invece ci fa abbassare lo sguardo perché neppure riusciamo a comprenderla.
Max ed Helen, il cacciatore Wiesenthal: tacere e commuoversi, parlare ed uccidere ancora. E’ questo il dilemma di fronte al quale la pietà e l’amore, la carità, prevalgono sul nostro bisogno di “fare giustizia” in modo lucido e razionale, forse troppo umano, troppo super partes, tutte, per poter essere davvero garanzia di salvezza e di guarigione.
