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Non ditemi "Buon cammino!"

Pubblicato da enzo cilento su 10 Febbraio 2015, 07:16am

Tags: #il clericalese

Mi sono sentito dire varie volte dire in ambiente ecclesiastico, o nei dintorni, per dire: “buon cammino!”; sentirmelo augurare.

E a pelle neppure so perché ho sempre provato un po’ di fastidio, come mi accade per tutte le cose preconfezionate, in primo luogo le parole.

Perché queste per me sono specchio dell’anima, come gli occhi, si direbbe. E le mie parole parlano di me, come i miei silenzi: vale per tutti.

Solo che nascondersi dietro le parole è un’arte ormai così diffusa, così da sempre, direi; dietro i gesti studiati anch’essi e suggeriti da norme comportamentali, da consiglieri e curatori d’immagine più o meno fraudolenti, dalla nostra stessa prudenza, che talora diventa ipocrisia.

Ma perché continuare a dire “noi” e non parlare per me, mi dico, dopotutto?

Come se avessi chissà quale uditorio ad ascoltarmi. Forse Dio, almeno, questo sì. Degli altri non so…

Insomma del “buon cammino!” ho sempre diffidato. E’ un commiato, è un saluto, sovente, come a dire “va’ per la tua strada e che Dio ti benedica”, se tutto va bene. “Noi vogliamo camminare per altre strade” – intendono (?)- o forse non vogliono farlo affatto; e ciascuno ha il suo cammino, tortuoso e talvolta lineare: beati loro! Mah!

Ho scelto di camminare, nubi o non nubi che si levano dalla tenda sul deserto, viandante: di tempo per riposare pare ce ne sia abbastanza dopo. E camminavano – per carità: niente in comune! – i santi; persino Nostro Signore Gesù Cristo, e i pionieri e i magi, ma anche gli assassini in fuga; e il conquistatore per colonizzare l’America che sarebbe diventata “latina” o invece no.

Insomma gli uomini camminano, anche solo verso gli altri, per soccorrersi e sostenersi, consolarsi, farsi coraggio; o come i mammut per sfuggire alla glaciazione; e come i branchi di bestie che vanno in cerca d’acqua in savana, e di cibo, di pascoli e di carne, manna e quaglie, per restare in tono.

E “buon cammino” fa chi non si stanca di sentirsi così, “non stanziale”, non sedentario, in movimento: per gli altri è natura che si ribella alla sua legge che è tutta dinamica e trasformazione.

Stare fermi è tentazione – intendo – per me, più che mai: come un peccato di pigrizia. E se mi sento dire “buon cammino!” mi dispiaccio perché i nostri cammini quasi sempre a quel punto si dividono, perché mi si dice “ora prosegui pure per la tua strada”, ma non mi ha mai attanagliato la paura.

Chiedermi poi dove stia andando, camminando, è pretendere troppo. Penso: nella stessa direzione nella quale vanno anche quelli che stan fermi: verso una inevitabile fine del cammino.

Io e altri lo faremo ad un tratto, d’improvviso. In tanti lo han fatto da un pezzo, decidendo di star fermi ripiegati su sé stessi, sulla loro insanabile stanchezza, bastanti a mala pena a sé, per sopravvivere. Fermi ed irremovibili: da qui e per sempre.

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