Sarà a mia vecchia laurea in Lettere indirizzo medievalistico: temo.
Eppure come non pensarlo?
I modelli del passato, pur con tutto il loro fascino glorioso, sono destinati a fare spazio al nuovo; e a poco vale la nostalgia e un velo di rammarico perché una storia tanto insigne possa conoscere la fase discendente della propria parabola.
Sembra insomma che i disegni umani, persino i grandi imperi – figurasi il resto - siano fatti tutti per sparire. Ed ogni cosa, davvero per essere trasformata.
Certo, ci si può interrogare sugli scenari nuovi e sui modelli che prevarranno, ma mentre noi riflettiamo, questi pian piano si presentano, si sperimentano, si impongono, o invece soccombono anch’essi al destino della sperimentazione.
Stavo riflettendo - questo il punto - sui documenti pubblicati in questi mesi e inerenti all’anno dedicato alla vita consacrata.
Gli esiti post-conciliari – vi si afferma - secondo tutti gli ultimi papi, riflettono tutti questa dinamica inesorabile: cambiamento e sperimentazione, entusiasmi e poi anche amarezze e delusioni, talora.
Ma insomma: guai a ripiegarsi sul passato in forma nostalgica, come una sorta di venerazione di un tempo felice che del resto non c’è mai stato: non vale neppure per la vita consacrata.
Non che non ci siano stati modelli grandiosi in questo campo, ma tutto davvero sembra inevitabilmente esposto – come dicevamo – come un otre al fumo, e quindi si annerisce; diventa vecchio.
Oh sì. Ho provato sempre attrazione anch’io per il monachesimo delle origini e poi per le fraternità cresciute ed affermatesi in età medievale, in genere all’insegna della povertà e dell’evangelicità.
Molti si sono dedicati nei secoli all’educazione ed all’istruzione; tanti alla predicazione; molti all’assistenza degli infermi. Hanno assolto il proprio compito, e di tanti non rimane che il ricordo della storia.
Insomma: quali trasformazioni sta portando l’oggi (e il domani, poi) nel campo della vita consacrata? Lo vedremo.
Credo che ci sia spazio per tutti, ciò nondimeno, credo. Lo testimonia la forza rinvigorita di certi modelli contemplativi, con gli aggiustamenti avvenuti nel frattempo; scelte di vita appartata; la buona salute dei trappisti ad esempio; della stretta osservanza; comunità che fanno del lavoro agricolo una scelta di campo esclusiva; di quelle che si muovono in contesti parrocchiali, dell’animazione tra i giovani.
C’è spazio persino per un nostalgico devotismo, ritualismo un po’ formale, quasi pre-conciliare; per la cura estrema della liturgia, per il ripristino del gregoriano e di quanto di bello in esso consisteva.
E’ una galassia infinita: nella quale va messo in conto che delle stelle si spengano e che divengano buchi neri perché il proprio compito, la propria energia sembra essersi esaurita.
Mi fa un po’ tristezza invero constatare di frequente l’abbandono in cui versano tante strutture che hanno conosciuto miglior sorte: abbandonate, con qualche vecchio che resiste quasi da solo; o addirittura concesse in comodato d’uso a privati e società non proprio filantropiche.
Francesco tempo fa invitò ad aprirle queste case ai bisognosi.
Io ci passo di frequente e mi interrogo sui tanti progetti umani, sulla missione svolta in loco, quella sognata per secoli o decenni, almeno; e sul fatto che tutto – anche questo – abbia avuto un termine.
Non mi piacciono i monasteri adibiti ad aree museali. Il rischio di non guardarsi attorno è proprio quello di diventare oggetti da museo, da curiosità da almanacco televisivo, da format: “esiste ancora gente che vive così” e così sia.
E lo spirito non è questo: non è quello dei sopravvissuti, e neppure dei riesumati. Ma per questo c’è da credere nel buon Dio che alle cose che sono solo conservazione non ha paura di mettere il sigillo della fine. Facendo passare i titoli di coda. Per fare spazio ad altra: ad altra programmazione.