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Il segreto della confessione

Pubblicato da enzo cilento su 15 Febbraio 2015, 11:17am

Tags: #il clericalese

Il segreto della confessione – mi chiedo ora – riguarda solo il confessore o non anche il penitente?

Detto che il termine “penitente” mal mi si addice - e non perché non abbia di che chiedere scusa al Padreterno, ma perché, pur pentendo e pagando, non faccio nulla che non sia esattamente nell’ambito di ciò che sento e condivido e quindi mi capita di fare ammenda solo perché siamo addivenuti a questa conclusione io e Nostro Signore che del resto conosce quello che direi, in genere, il mio iniziale candore un po’ inerme (un giorno affronterò l’argomento delle responsabilità, ma questo è un discorso ora troppo complicato…);

il resto è che al segreto credo sia tenuto solo chi giudica ed assolve, valutando elementi e soprattutto, con misericordia;

mentre a me non sia dovuto il tenermi tutto solo per me stesso: sarebbe una penitenza davvera spropositata, tenermelo per me dunque.

Se non, talora, per il solo buon gusto, che del resto, in ogni caso non guasta.

“E’ certo, caro, che anche loro esagerano a ricordarlo sempre. Come se non ci fossero morti e martiri anche altrove e oggi, anche tra noi cristiani. Non credi?”.

Me lo sono sentito dire in confessione (ma non dico dove!) un paio di settimane fa; mentre si discuteva di Shoah (perché me ne sto occupando per lavoro e per amore, in questo periodo); e mentre cercavo di confrontarmi sulle responsabilità grandi o invece minori di cattolici e cristiani, chiese e/o diplomazia vaticana; soprattutto alla luce di quelle che furono invece a quel tempo le prese di posizione più decise (rischiose?) – rammento – della chiesa olandese o del Metropolita, in Bulgaria;

per tacere poi di paesi luterani come Svezia e Danimarca soprattutto. Insomma, si chiedeva una spiegazione. Era questo che desideravo.

La persona che mi era di fronte sembrava un pezzo di pane – a dirla tutta – e un uomo mite, solo un po’ avventato, si potrebbe concludere: “certo che questi ebrei esagerano a ricordarlo sempre, come se…”

Ah sì: me ne sono andato un po’ turbato e infastidito dopo aver obiettato che “certo, anche altri; ma, padre, non si fa la conta dei morti, e comunque qui i numeri sono tutt’altra cosa, SEI MILIONI, così come il fatto di avere consapevolmente perseguito un obiettivo: la liquidazione”.

Non so se si tratti di “clericalese”, infine, per come intendevo affrontarlo.

Di certo, c’è forse un atteggiamento un po’ curiale, clericale – mi interrogo – dietro queste parole, che consiste nel mettere un po’ la cenere sotto il tappeto, “damoce pace!”.

Che anzi, a questo proposito, Mercoledì 18, noi celebriamo il mercoledì delle Ceneri, e quelle – un pugnetto – vengono poste sul nostro capo, a memoria di ciò che siamo e di ciò che eravamo, per la qual sorte non c’è da prendersi la briga di passare nessuno per il camino.

Quel confessore sembrava un brav’uomo, davvero: lo ripeto.

E’ che questo esser bravi così tanto, rischia di essere pericoloso. Forse si è più bravi ad affrontare le cose senza semplificarle ad ogni costo. Non sto insegnando nulla a nessuno: figurasi al confessore!

La penitenza?

Quel giorno l’ho fatta, non replicando oltre. Pregando per tutte le volte che minimizziamo il dramma degli altri, di qualsiasi altro. Credo che questa sia la sofferenza più grande per chi sta male.

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