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La partita che non ho mai giocato

Pubblicato da enzo cilento su 14 Febbraio 2015, 11:30am

Tags: #un altro sport

Erano gli anni ’80 ed io ero solo uno studente universitario.

Me lo ricordo nel giardino dei miei, in estate, l’anno dei Mondiali, se non sbaglio. Me lo ricordo possente, oltre ogni mia possibile immaginazione, scuro e cupo, apparentemente chiuso, silenzioso.

Veniva a prendere il figlio di sua moglie, Marisa, che ripeteva greco da mio padre. Mio padre era per lui “il preside”; e quel ragazzo, Gianmarco, sembrava abituato il giusto a che Agostino venisse lì per lui, quando poteva.

Sono episodi così, senza rilievo, nella vita del campione Di Bartolomei che nel frattempo viveva sempre più spesso a San Marco di Castellabate, essendo ormai agli sgoccioli della sua carriera; ed essendo Marisa, originaria di là.

Erano gli anni in cui sarebbe nato il figlio suo, Luca, che ho visto in passeggino, un piccolo “Agostino”, un bamboccione scuro. E lui non lo sa.

Ma che importanza volete che abbia la cosa?

Il “DiBa” a casa mia.

Io ne andavo sufficientemente fiero. Me ne sono vantato spesso in seguito, “io lo conoscevo!”; e poi mi sono rivenduto il pezzo quando lavoravo al giornale. Marisa mi chiamò per ringraziarmi: una piccola emozione. Come quella che quasi mi bloccò la lingua quando al telefono avrei dovuto intervistare Pablito Rossi per un evento benefico, il quale Paolorossivicenza nel frattempo aveva vinto il Mondiale; uno che io avevo idolatrato, tranne poi essere “tradito” per la Juve. Glielo dissi, anzi “non lo avevo mai perdonato!”.

O come mi accadde quando ebbi più volte modo di incontrare Rivera, il Gianni milanista (io dell’Inter), quando aveva la delega allo sport al Comune Capitolino ed io mi occupavo di sport nella città di Roma.

Un giorno mi premiò al termine di una gara master di canottaggio, Rivera: quasi mi sciolsi e glielo dissi “che voglio di più?”.

Ma Rivera era un uomo affabile e abbastanza loquace. Agostino no. L’ho visto e me lo ricordo benissimo. Non ne rammento invece in alcun modo la voce, se non la domanda sul cancello, quasi un borbottio “GianMarco ha finito col professore?” e io a chiedere a mio padre a che punto fosse Senofonte e la relativa traduzione.

Della storia del calciatore si sa tutto e non aggiungo nulla.

Dell’ammirazione che Liedholm aveva per lui, ricambiata: delle tappe di Vicenza, Roma, di Milano Cesena e Salerno. Poi della solitudine. Niente da aggiungere.

Ho sempre sognato che mi dicesse un giorno di andare da loro per dare due calci al pallone: so che lo facevano, con la scuola calcio, con i parenti di Marisa. Ma non ebbi mai il coraggio di chiederglielo. Rimase un desiderio inevaso ed inespresso soprattutto.

Erano tempi diversi ed io quel calcio lo amavo davvero. Perché lo scudetto lo vinceva anche il Verona; e se il Carpi fosse salito in A nessuno avrebbe avuto niente da ridire.

Come quell’anno che Nappi e Maldera, Di Bartolomei e Conti, Pruzzo e Falcao; persino Righetti, per non dire di Ugolotti.

C’era più democrazia, dico, e meno soldi, meno divi e bacini di utenza: e le tv non spadroneggiavano ancora. La partita – un tempo – la domenica alle 19. Per il resto “grazie Bortoluzzi, scusami se ti interrompo. Sono Ameri. Sono Sandro Ciotti. Ha segnato Di Bartolemei. Su punizione. Ti restituisco immediatamente la linea”.

Magari ci restituissero quel calcio, direi…

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