Ci siamo messi in marcia salendo a sinistra della Basilica Superiore in un giorno di primavera, caldo, con uno zaino sulle spalle ed una giacca da togliere e da arrotolare in vita, accaldati per la fatica. Trenta minuti almeno, a piedi – qualcosa di più, mi sembra – tra una parola e l’altra, progetti.
Ci sembrava, già entrambi “maturi”, di dover vivere una nuova stagione della nostra vita. E se ne parlava: lo facevamo da tempo, frequentandoci. Ed entrambi avevamo provato una via, ciascuno la sua, per proseguire su quella che sembrava più di una infatuazione. Poi le cose sono andate diversamente: per entrambi.
Perché…
Perché ci son mille motivi e resistenze di fronte a degli adulti un po’ induriti e irrigiditi nelle proprie abitudini; e qualche inadeguatezza – ti dirò - del sistema, ad accogliere chi non è più verdissimo in età.
Ma questo è un altro discorso. E l’amarezza oggi lascia il posto alla consapevolezza: persino alla soddisfazione per quel che si è fatto, si è provato, si è intrapreso, per quanto si è scommesso. Per me è così.
Non dico “sempre”; lo è perlopiù, se guardo con lucidità, quella che ancora ci resta, via!, nonostante qualche delusione.
In ogni caso si è camminato per arrivare al luogo incantato, allora.
Ah, l’ho rifatto anche in seguito: con il più caro dei miei amici, come del resto mi era già capitato di farlo da solo. E come spero che avvenga ancora: aspetto che torni la bella stagione: promesso! Quella giusta per l’Eremo delle Carceri, ad Assisi, dove avrei voluto trascorrere qualche giorno (son poche celle, e fredde – mi si risponde -), ma dove per ora non ho potuto.
E’ ben minuscola la nicchia dove riposava Francesco, poco più di una tana per una bestiola selvatica, come quell’altra a Santa Maria degli Angeli; come le tre stanzette al Sacro Tugurio, fuori della città, dove c’erano i lebbrosi, al tempo.
Da Roma, Assisi è a poco più di un’ora di treno. Una via bellissima che passa in mezzo ai paesi della regione, dei presepi. E non perdevo occasione per andarci, di tanto in tanto; di frequente. I migliori dei miei amici sono venuti con me, come a conoscere la “donna” di cui sono innamorato.
E’ un viottolo dopo una porta ed un arco, come una cittadella, una cappellina affrescata senza pompa, un crocifisso e una Madonna, del “Buon Consiglio” (ah se ne abbiamo bisogno!);
un atrio come un chiostro a cielo aperto, in pietra; e poi, proseguendo, il sito, basso e minuscolo per accedere al giaciglio in pietra del santo.
Poi, bosco e sentieri, qualche bronzo all’inizio; e a destra solo un fosso dove scorre un po’ d’acqua, che vedi dall’alto, senti, tra gli alberi.
Quella volta, tornando, trovammo quasi sepolta in un’aiola una croce di ferro, di quelle che mi dicono portano i monaci benedettini. Allora ci sembrava che tutto corrispondesse ad un segno, come quei rosari e quelle croci che trovavo dappertutto all’inizio di questa mia storia di “ritorno a casa”.
Sono più smaliziato oggi e meno attento, temo. E penso spesso ai segni che vogliamo trovare ad ogni costo. Ma in fondo, anche questa - mi dico - è una sorta di conversione; è come se si guardasse continuamente altrove. E in fondo è proprio come un amore. Se ne sei preso, catturato, lo leggi dappertutto, persino nel profumo di caffè della stazione.
E dire che di Assisi conservo certe foto precedenti in cui faccio la sciocca imitazione del santo (mia madre se ne offese a morte); e che vi tornai solo perché un libro e poi due stranieri alla stazione “Assisi, Assisi”, mi chiedevano per conoscerne il binario da cui partire. Ed io che già lo sentivo di dover andare, lo avvertì come un richiamo: “vieni, te lo dico in ogni lingua. Porta i tuoi passi altrove”.
E’ che noi siamo un po’ vecchi, amica mia, perché ci credano davvero innamorati. E invece l’amore non ha età e persino la voglia di seguirne i suoi richiami. Perciò siam qui, adesso.
E tu chissà se pensi ancora a quel tuo stesso amore.
Se ci credi, o forse per te come per tanti è solo un’illusione.
