Il “ce l’ho”, “mi manca”, ci manca davvero un po’: diciamocelo.
Per un po’ di anni, non solo gli album Panini ma anche gli Almanacchi, anno per anno, squadra per squadra, presenza per presenza, mi hanno fatto compagnia, facendomi sognare. Sono particolarmente contento quando vedo sbucare una di queste facce d’antan ancora oggi da qualche rubrica, per qualche ricordo d’epoca del gioco del pallone.
Forse dovevo fare il calciatore. E all’oratorio mi chiamavano “mister” (c’avevo il tesserino!) i ragazzini che allenavo, appena cinque anni fa, a Roma, Parrocchia San Leone.
Dovevo fare il calciatore insomma; o il prete calciatore come il mio vecchio parroco, don Armando di Agropoli, tifoso del Toro.
Poi, nell’ipotesi invece molto più realistica e conforme a quel che sono, ho finito solo con lo scrivere “semmai” un po’ di sport, al più; solo di storie di sport: “Storie esemplari di piccoli eroi” per rubare il titolo ad un libro di Cesare Fiumi.
I piccoli eroi erano gregari, spesso non tanto piccoli. Fiumi, tra gli altri, ci inserisce anche uno del grande Milan di Rivera, Giovanni Lodetti, che sfiorò il Mondiale del 70 e che giocava fino ad un po’ di anni fa in mezzo ai ragazzini, le partite improvvisate nei parchi cittadini; e lì qualcuno, apprezzandone le qualità fuori dal comune, finì con lo scoprire di chi si trattasse.
Quando si dice “l’umiltà”: che è poi la prima prova di grandezza di un uomo. Forse per questo i grandi uomini son cosa così rara.
Negli anni di Roma, a La Stampa di Torino, nei tornei dei circoli sportivi della città, ne ho incontrati parecchi di ex campioni e di piccoli eroi.
E’ là che incontrato Boniek, ossuto e pungente, non solo nelle espressioni, fortissimo a tennis; è là che ho visto l’oggi un po’ ingrigito ma anche sereno spesso, di tanti ex ragazzi laziali e romanisti arrivati alle soglie della grande celebrità.
Perché poi mi son sempre chiesto cosa fa un quasi-campione dopo, nella vita. Non che saperlo cambi l’esistenza, benintesi. E’ che sono le domande che si pone un ex bambino che ha idealizzato tutta l’infanzia il gran Barnum del calcio in vetrina.
Cosa fanno dunque…
C’è chi ricorda con un po’ di autoironia le occasioni mancate e quelle vissute; “te la ricordi quella partita là?”. E là vien fuori il campionario dei personaggi da operetta conosciuti, persino fattucchiere e sacchi di sale intorno al campo prima di giocare.
Altri si rammaricano ancora, pensosi, e recriminano parlando del mister “tal dei tali” che non gli diede l’occasione...
E non si fa che archiviare aneddoti raccontati in modo sempre un po’ diverso, la volta successiva; come in paese, come al bar dello sport. Gli ex eran tutti dei campioni, che però…
In genere si finisce ironizzando, ridendo e poi mangiando.
A tal proposito, uno che non dimentico è il siciliano Michelangelo Sulfaro, ex portiere “in seconda”, spesso, della Lazio degli anni 70, quello che va sempre in panchina. Il prototipo era Piloni Massimo, juventino, che con Zoff non giocava mai e che quando ne ebbe l’occasione, disabituato alla partita vera, commise tanti di quegli errori che lo chiamarono “saponetta” o anche “Palmolive” per la presa insicura del pallone. Fu venduto in tutta fretta quell’estate e se ne andò a Pescara, calcio un po’ minore
Credo di averlo incontrato al campo di calcio a cinque del Canottieri Lazio, il Sulfaro, a due passi dal Tevere: giocava, in porta.
Detto che mio nonno materno teneva per la Lazio e che sarebbe stato molto fiero di siffatte mie frequentazioni; Sulfaro per me, fino ad allora era solo un nome, un vago ricordo della mia infanzia.
Non era mai stato uno da copertina; molta panchina e molte squadre diverse in carriera, uno dal basso profilo – per dire – “dicesi gregario”.
Beh, nei tornei amatoriali per “anta”, di cui sopra, a Roma - pur con tutta la sua bella pancetta da “commenda” - ovviamente ancora spopolava, “polvere di quasi stelle”; come altre promesse romane un po’ mancate del resto, di quegli anni là.
E mostrava, a dispetto degli anni e del fisico appesantito, un’agilità insospettata: quasi ti faceva rabbia “il gattone”.
A chi gli diceva che neanche in carriera gli era riuscito di far quelle cose, rispondeva facendo l’elenco delle prodezze che avevano salvato questa o quell’altra partita.
Un giorno gli ho ricordato di averlo visto sulle “figurine” come secondo del Vicenza, di un altro, tale Bardin Adriano, “bel portiere” dico.
Mi guarda seccato, come per incenerirmi, per capire chi e perché avessi parlato, ovviamente a sproposito.
“Bardin? Giocava anche lui. Lui era di là”. E così si chiuse, senza neanche una risata.
Giocando, ce le prese tutte, con particolare cattiveria e puntigliosità, devo dire.
“Bardin?” Vaglielo un po’ a dire ora come mi hai visto giocare”. E qui uscimmo dal torneo, alla prima fase, per colpa di Sulfaro Michelangelo, portiere in seconda di Vicenza e Lazio, tra le altre, nativo di Messina.
“Buona la seconda”. "La seconda scelta” - voleva dire…
