Non credo che si tratti di “un piccolo gioiello di arte barocca”, come sostengono invece le guide poste nelle bacheche all’entrata della chiesa: questo fa parte del gioco promozionale; fa parte del mestiere.
E’ vero però che si presenta davvero all’improvviso, come una sorpresa, in mezzo ad edifici un po’ così, in via Urbana, rione Monti, al numero civico 50.
E’ la chiesa di san Lorenzo in Fonte, un ex oratorio esistente da secoli – scrivono - prima che divenisse “chiesa” appunto, con tutti i crismi: il che fu per volere del cardinale spagnolo Juan Alvarez de Toledo, nome altisonante, chiesetta piccola così, con nessuna finestrella colorata e con una facciata senza volto, bianchissima, questo sì;
il cui tesoro più grande consiste nella zona sotterranea del santuario cui si accede per una scalinata, fino alla prigione di san Lorenzo, appunto, dove si trova quel pozzetto, “la fonte” in cui Lorenzo battezzò quello che doveva essere il suo giustiziere, Ippolito, il centurione che invece si convertì, ai tempi di Valeriano, in seguito al miracolo della fonte; e finì per questo, col fare la stessa fine di Lorenzo: martiri.
Invero son pochi a partirsi espressamente per via Urbana per vedere la chiesuola ora curata dagli Oblati di San Giuseppe; né – a dirla tutta – le opere in essa contenute sono tali (per lo più seicentesche) - da giustificare una tappa del genere in una città ricca d'arte come Roma.
E’ che l’atmosfera è serena e silenziosa pur nel cuore della Suburra, neppure lugubre, in una via popolata un tempo di artigiani e falegnami; oggi di pub e locali ad uso dei turisti.
Sic transit…
A via Urbana del resto sono legate le mie prime lezioni di latino e greco, tenute a Roma.
Mi recavo lì, in zona, per seguire una mia allieva che poi ho rivisto anni dopo madre e barista: rimasta in loco, in rione Monti, appunto. Ed ero appena laureato, un ragazzo.
E’ che spesso mi fermo ancora nell’isola dei Monti, a san Lorenzo in Fonte, assorto, per prender fiato e per recitare una preghiera; il che avviene sempre con piacere, con indubbio ristoro, perché il luogo è quel che è: poca gente che vi entra, un calpestio su nel coro (le suore? Non mi sono mai voltato a guardare...) e poco altro: un po’ di pace ad un passo dal traffico del centro e dal Metrò.
Mi ci fermo e mi leggo i bigliettini coi pensieri – i pizzini – che lasciano gli oblati per coloro che si fermano in chiesa: nulla d’eccezionale, come tutto qui, quasi marinettiano e gozzaniano, “piccole cose di pessimo gusto”; sono massime e pensieri; prima di riprendere la corsa in questa città dimentica delle sue mille sorprese, degli angoli silenziosi dove provare a ricordarsi perché si è qui; perché si è scelto di farlo, come nel mio caso.
Magari per il fascino della sua storia, quella anche ormai muta, di un diacono Lorenzo, per dire, finito vittima delle milizie dell’Imperatore del tempo, il 6 agosto del 258, due millenni fa.
Chissà l’Imperatore di questo mondo dove conduce ora i passi nostri e l’eterna Roma, città che ho amato, che mi ha sedotto e non abbandonato, con ogni sua sorpresa;
con mia somma sorpresa, appunto.
