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All'improvviso san Lorenzo in Fonte

Pubblicato da enzo cilento su 13 Febbraio 2015, 09:31am

Tags: #Lo spirito del viaggio

All'improvviso san Lorenzo in Fonte

Non credo che si tratti di “un piccolo gioiello di arte barocca”, come sostengono invece le guide poste nelle bacheche all’entrata della chiesa: questo fa parte del gioco promozionale; fa parte del mestiere.

E’ vero però che si presenta davvero all’improvviso, come una sorpresa, in mezzo ad edifici un po’ così, in via Urbana, rione Monti, al numero civico 50.

E’ la chiesa di san Lorenzo in Fonte, un ex oratorio esistente da secoli – scrivono - prima che divenisse “chiesa” appunto, con tutti i crismi: il che fu per volere del cardinale spagnolo Juan Alvarez de Toledo, nome altisonante, chiesetta piccola così, con nessuna finestrella colorata e con una facciata senza volto, bianchissima, questo sì;

il cui tesoro più grande consiste nella zona sotterranea del santuario cui si accede per una scalinata, fino alla prigione di san Lorenzo, appunto, dove si trova quel pozzetto, “la fonte” in cui Lorenzo battezzò quello che doveva essere il suo giustiziere, Ippolito, il centurione che invece si convertì, ai tempi di Valeriano, in seguito al miracolo della fonte; e finì per questo, col fare la stessa fine di Lorenzo: martiri.

Invero son pochi a partirsi espressamente per via Urbana per vedere la chiesuola ora curata dagli Oblati di San Giuseppe; né – a dirla tutta – le opere in essa contenute sono tali (per lo più seicentesche) - da giustificare una tappa del genere in una città ricca d'arte come Roma.

E’ che l’atmosfera è serena e silenziosa pur nel cuore della Suburra, neppure lugubre, in una via popolata un tempo di artigiani e falegnami; oggi di pub e locali ad uso dei turisti.

Sic transit…

A via Urbana del resto sono legate le mie prime lezioni di latino e greco, tenute a Roma.

Mi recavo lì, in zona, per seguire una mia allieva che poi ho rivisto anni dopo madre e barista: rimasta in loco, in rione Monti, appunto. Ed ero appena laureato, un ragazzo.

E’ che spesso mi fermo ancora nell’isola dei Monti, a san Lorenzo in Fonte, assorto, per prender fiato e per recitare una preghiera; il che avviene sempre con piacere, con indubbio ristoro, perché il luogo è quel che è: poca gente che vi entra, un calpestio su nel coro (le suore? Non mi sono mai voltato a guardare...) e poco altro: un po’ di pace ad un passo dal traffico del centro e dal Metrò.

Mi ci fermo e mi leggo i bigliettini coi pensieri – i pizzini – che lasciano gli oblati per coloro che si fermano in chiesa: nulla d’eccezionale, come tutto qui, quasi marinettiano e gozzaniano, “piccole cose di pessimo gusto”; sono massime e pensieri; prima di riprendere la corsa in questa città dimentica delle sue mille sorprese, degli angoli silenziosi dove provare a ricordarsi perché si è qui; perché si è scelto di farlo, come nel mio caso.

Magari per il fascino della sua storia, quella anche ormai muta, di un diacono Lorenzo, per dire, finito vittima delle milizie dell’Imperatore del tempo, il 6 agosto del 258, due millenni fa.

Chissà l’Imperatore di questo mondo dove conduce ora i passi nostri e l’eterna Roma, città che ho amato, che mi ha sedotto e non abbandonato, con ogni sua sorpresa;

con mia somma sorpresa, appunto.

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B
Poche righe che le mie sensazioni condividono; é possibile immaginare che l'artista voglia rappresentare, attraverso il mito di Aurora che viaggia con i suoi cavalli nel cielo sul carro celeste, uno stato della coscienza che si rischiara per rendere le cose limpide, pensando che nella vita, nel quotidiano, tutto possa avvenire (se si ha fede aggiungerei, visto il committente) perché ogni giorno nuovo é nascita anche quando si alternano gioie e dolori.<br /> Alla fine della visita, quando ho abbassato lo sguardo e uscendo nel giardino antistante, pur avendo ammirato una rappresentazione che illustra cio che fa parte dell'immaginario e dell'impossibile, non ho potuto negare che la luce (la speranza si potrebbe anche dire) di quell'Aurora (che non a caso arriva dal cielo....) invade gli esseri umani - me compresa - lasciandoci sperare nel viaggio dello spirito sul carro<br /> celeste .....cosí celeste che accende il giorno, come suggerisce un'altro artista
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B
Il Cardinale Scipione Borghese fece costruire a pochi metri di distanza dal Palazzo del Quirinale una villa con - al suo interno - un edificio particolare detto il Casino dell'Aurora (ora sede di un centro congressi): e sui libri di storia dell'Arte si sottolinea che poiché &quot;l'atto del costruire&quot;, del progettare, é ció che ci incardina alle parole della storia, egli può essere considerato fiero sostenitore della bella architettura, intesa anche come espressione di una civiltá che appunto crea, costruisce. Il Cardinale poi incaricó il pittore bolognese Guido Reni di affrescare la volta del Casino che divenne poi proprietà Pallavicini Rospigliosi: il tema é l'Aurora, &quot;il viaggio del carro dell'Aurora nel cielo&quot;.<br /> Il primo giorno di ogni mese si puó visitare il Casino Pallavicini senza dover prenotare e cosí tempo fà ho approfittato per vedere dal vivo l'opera del maestro bolognese. Mi sorrideva l'idea di ammirare la rappresentazione ricordando quanto appreso dai testi e fondendolo con le senzazioni ricevute dagli occhi. &quot;L'Aurora di un giorno sereno, ricco di aria e di luce e di quel vento tipico di Roma che riempie i polmoni e lo sguardo con dolcezza e intensità. ....La pienezza della vita o piú precisamente quello che certi filosofi definiscono con la parola &quot;agio&quot; che non vuol dire avere tanti soldi ma avere ció che effettivamente noi avvertiamo ci occorra.&quot;<br /> Questo avevo letto a commento dell'opera....
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