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Lingua Clericalese

Pubblicato da enzo cilento su 13 Gennaio 2015, 10:50am

Tags: #il clericalese

Non c’è categoria umana, corporazione, movimento, che non conosca un suo linguaggio da iniziati, da “addetti ai lavori” insomma.

Accade tra noi tutti: io ne ho fatto esperienza nella mia breve esperienza scolastica, in quanto prof.; in quella di giornalista, in gran parte; o di intellettuale(?); persino in quella di sportivo.

Ci sono espressioni che hanno un senso ed un significato solo in un determinato ambiente e, fuori di questo, ne assumono un altro, o non ne hanno punto.

Anche se tra molti noi credenti – che del resto siamo esseri umani come tutti, vivaddio! – esiste un problema “culturale e storico” con la satira, con l’autoironia, avendo qualche difficoltà a sorridere di noi stessi, delle nostre manie; – anzi, a maggior ragione per questo motivo – ho sentito di fare cosa gradita (a me soprattutto) iniziando a parlare del nostro linguaggio gergale, “tecnico”, quello da addetti ai lavori appunto: per sorriderne.

Lo chiamerei senz’altro il “clericalese”.

Trovo che sia un modo per farsi capire, insomma, ma non da tutti e proprio “insomma”, cioè per sommi capi, dicendo e non dicendo: della serie “chi vuol capire capisca”.

Manzoni ne avrebbe parlato come del latino (“latinorum”) per confondere le acque ai poveracci come Renzo Tramaglino.

Noi, possiamo dire che è il linguaggio con cui si intende far capire l’antifona senza dire tutto il salmo, ecco.

In questi miei ultimi anni di ricerca, ohibò!; mi son trovato di frequente di fronte alle formule di commiato e di liquidazione (anche questo è un eufemismo) usate nell’ambiente di cui sopra. Cominciamo da una, quest’oggi.

  1. “Carissimo” – prendendoti sottobraccio - “la tua, mi sembra che sia dunque più propriamente “una vocazione profetica”, non sacerdotale.

Che significa: “tu parli e dici quel che pensi, chiedi conto e spiegazioni; e a noi questo non sta bene: sei un rompiscatole. Noi non chiediamo: facciamo. Qui già ci sono troppi problemi, per mettersi pure a sottilizzare su quel che è giusto e quel che è discutibile: insomma, vai a rompere i marroni altrove”.

La frase di cui sopra corrisponde in ultima analisi ad un “la tua strada non è questa. Qui non si discute. Si obbedisce!”

Dunque, se vi dovesse capitare di sentirvela dire, non sentitevi investiti come Isaia e Geremia di chissà quali grandi missioni: vi stanno solo dicendo “vattene al più presto e cambia strada”.

Personalmente, per un breve periodo mi ero illuso di essere stato associato ai grandi profeti del passato…

Non era così.

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