Non ci separiamo mai del tutto: da niente. Neppure dal dolore. E non solo perchè talora è come se provassimo un intimo piacere a torturarci ed a compiangerci. No, è proprio perchè nulla di quanto si è vissuto ci lascia mai del tutto.
Si rielabora, si trasforma certo: ci piace pensarlo e in fondo questo ci conforta; ma tutto resta al fondo, come un limo in cui si può anche rimanere incagliati come una carena troppo profonda.
Lo leggo sempre negli occhi e nelle parole di chi racconta: ci portiamo tutto dietro, come le armature del soldato De Niro nel suo Mission; ce lo trasciniamo in attesa di rimetterlo in circolo anche come energia magari: magari per non sbagliare più, per non toccare il fondo.
Ma tutto resta; o tutto si trasforma - se si preferisce; e l'origine della nuova energia è sempre un travaglio quasi di morte.
"Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po' di tempo come una massa oscura all'altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla".
(Primo Levi, Se questo è un uomo)
E in realtà non scomparvero mai del tutto, senza poterli in ogni modo, in alcun modo salutare.