Incastonata tra costruzioni umbertine, portici compresi, ogni volta che mi trovo a Roma, facendo inevitabilmente tappa a piazza Vittorio Emanuele, nel quartiere Esquilino, non manco di fermarmi nella chiesetta intitolata ai Santi Eusebio e Vincenzo, uno spiazzo davanti (resti del chiostro), una doppia rampa di scale per accedere all’attuale chiesa, come una corte appunto; posta lì a rientrare, a corona, nella sua sostanziale modestia attuale, un piccolo tesoro nascosto, in un quartiere popolare dove il degrado si può toccare peraltro con mano.
A piazza Vittorio del resto da sempre ha luogo un mercato rionale popolare e conveniente, ora gestito in buona parte dagli immigrati di ultima generazione, cinesi e orientali, da un decennio buono spostato all’interno di due ex caserme che sorgevano alle spalle della piazza.
La chiesa, tre navate d’impronta neoclassica ormai (della vecchia struttura romanica non resta nulla) ad ogni modo conosce una sua atmosfera particolare – mi sembra - così in penombra, di suo, così nascosta, che non vi si può resistere.
Alle 7,30 son là ad ascoltar messa in genere, fuori dai circuiti turistici, fuori da ogni clamore, eppure Roma a tutti gli effetti, senza la totale dozzinalità di tante chiese moderne di periferia. Mentre le ceste messe al centro della navata, per la raccolta viveri e medicinali per i tanti miserabili del quartiere, testimoniano comunque della natura del contesto.
Alle sue spalle, la stazione Termini.
Ha conosciuto ben altra gloria e visibilità S. Eusebio, martire della prima ora, oppositore dell’arianesimo e condannato a morire di fame (IV secolo) nella sua stanza, ma a me va bene così.
Ricostruita sotto Gregorio IX, a fundamentis, la stessa venne affidata ai Celestini (oggi non esistono più) di papa Celestino V, Pier da Morrone; e il chiostro antico può essere colto a ben vedere dall’attuale sacrestia, attestandone l’antica condizione di abbazia.
L'abate Ludovico Bellori infatti così lo descrive nello "Stato temporale delle Chiese di Roma" (1662): È della congreg. celestina dell'ordine di s. Benedetto. È situata nel rione dei Monti; è nominata fra i monasteri celestini nella bolla di s. Pietro Celestino V data in Aquila alli 27 di settembre 10 del suo pontificato. La chiesa ha tre altari e 2 sepolture. Possiede molti horti, Grangìe tra la quale una fuori di Ferentino donata da s. Pio V in breve 1 febr. 1568. Possiede case, cappelle in Roma, in Albano, censi, canoni, luoghi di monti, alberi, vigne ecc. ...con un'entrata di sc. 1608: 80. Nel monastero furono prefissi nell' anno 1627, per decreto del capitolo generale in esecuzione della bolla di Urbano VIII di prefissare il numero, religiosi sacerdoti 8, conversi 4, serventi secolari 2. Di più vi sono otto studenti et un lettore.
Di tutto quel passato apparentemente perduto (paleo-cristiano ed alto medievale) in effetti il contesta trasuda tutto, a suo modo. E questo conquista, infatti.
Oltre: presso la chiesa fu riportato alla luce sul finire del XIX secolo uno dei nuclei di tombe più consistenti della necropoli dell’Esquilino; si ha notizia, inoltre, della presenza di sepolture arcaiche (in sarcofago o arca) anche nei sotterranei dell'edificio, il quale insiste su cave di tufo (latomiae) di incerta datazione.
E pregarvi è come poggiarsi sulle spalle d’una storia millenaria, piccoli tesori che affondano nel silenzio dell’oblio.
