Un Padre della Chiesa e un dottore: che cura e che conosce bene i farmaci per cui alleviare il tuo dolore e confortarti, perché non c'è malattia peggiore di quella cui manca ogni conforto: quella da cui mai si guarisce oltretutto.
Ne estraiamo uno, questa sera da quella presunta e abissale oscurità del Medioevo che è ormai solo un luogo comune: questo ormai è chiaro, grazie al Cielo.
Medioevo che - scriveva giorni fa lo storico, Franco Cardini - si studia poco oggi, in termini organici, pur essendo sempre di più un oggetto di culto e una fonte indiscussa dal punto di vista editoriale; per non dire poi della sua ingombrante presenza in quel mondo a parte che è costituito dai giochi di ruolo, i giochi e le applicazioni al computer, la cinematografia e il fantasy: il che poi è tutto da vedere che costituisca un bene, considerando le volgarizzazioni e le letture sommarie e scorrette cui tutto ciò dà luogo.
La sua riscoperta ammonta peraltro già al tempo del Romanticismo, in modo improprio e strumentale spesso, dopo la congiura dei secoli ed il loro relativo capzioso silenzio.
Ed è proprio in questo tempo - dicevo - che ci immergiamo con quest'altro grande padre, dottore della Chiesa, San Beda il Venerabile, come già era stato soprannominato il nostro essendo lui ancora vivente.
Venerabile perché santo e sapiente, dotto, un vero maestro di studio e di conoscenza, ai suoi tempi, questo monaco benedettino vissuto tra il 673 e il 735, prevalentemente a Wearmouth, l'attuale Sunderland, dove esercitò il suo ministero particolarmente con la parola e gli scritti - come ricorda il breviario romano - e che soprattutto riassume in sé tutti gli aspetti più tipici del monaco benedettino secondo un radicato immaginario collettivo.
Un enciclopedico a tutto tondo fu Beda, capace di passare dalla narrazione storica della Storia della Chiesa Inglese, quella delle origini; agli studi astronomici che gli consentirono di calcolare le date della Pasqua fino all'XI secolo; trattando inoltre di esegesi biblica, dove attinse ai grandi padri, Agostino e Ambrogio, Girolamo e Gregorio Magno; di infinite altre branche del sapere medievale: un erudito non grigio proprio come ce lo aspetteremmo nel profondo del Medioevo, un Rabano Mauro, un Alberto Magno; ma non del tutto dimenticato neanche oggi - va detto - visto che prima fu proclamato dottore della Chiesa da Leone XIII; poi fu citato più volte anche nei documenti del Concilio Vaticano II, in Lumen Gentium e poi in Ad Gentes.
Quando arrivò la sua ultima ora, quest'uomo che si era tutto speso nella ricerca nello studio e nell'insegnamento, concluse con i suoi allievi l'ultima Quaestio su cui si era speso (così raccontano i testi): " è finito" - avrebbe detto, riferendosi al suo lavoro e al suo studio, ma non solo a quello, quanto anche alla sua parabola terrena.
Dopodiché, facendosi sostenere il capo da un suo allievo, volle render grazie per l'ultima volta a chi tanto gli aveva permesso; sedersi dove era solito stare per pregare: "perché mi piace assai stare seduto di fronte al santo posto, in cui ero solito pregare, perché anch'io possa invocare il mio Padre" - sembra che abbia concluso prima di spirare, questo dotto la cui dottrina fu prima d'ogni altra quella di sapere poco altro se non Gesù Cristo e questi Risorto.
Così, per una davvero strana associazione di ricordi, mi è tornata alla memoria una bella canzone francese che ho ascoltato una volta cantata dall'Angelo Azzurro, Marlene Dietrich; in cui una donna, affranta, in cucina, si lascia andare, sola - sedendosi e lasciandosi cadere - prendendo la sua bella testa bionda tra le mani, in un pianto dolce e liberatorio: pensando forse al Padre che nei cieli sta, lui che ci ascolta e che ci ama, la testa ci sostiene, ha comprensione per la nostra stanchezza e la desolazione e al quale infine rivolgiamo l'unica preghiera che abbia un senso pieno della nostra fede: "Papà, lo sai che ti amo e che ho fatto quanto mi è stato possibile fare. Mi affido alla misericordia tua, non contare i miei errori, rimettimeli dunque e guarda al fatto che, pur nella stanchezza, ora, pur nella desolazione, con la testa bionda e il viso tra le mani, è a te che mi rivolgo, solo di te ho fede, per dirti "lo sai che t'amo e so che m'ami": tutto è finito, ogni schermaglia.
Donami la tua pace perché è con te che cercato di far pace: tutta la vita e per l'eternità. Così sia pace.