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Il cieco che vede benissimo

Pubblicato da enzo cilento su 30 Maggio 2013, 04:54am

Dicono che il dolore rende migliori e più sensibili, capaci di assaporare e veder meglio le cose, alla fine; il che, poi dimostrerebbe quel che dicono i salmi che "L'uomo nella prosperità non comprende".

Sì, forse è vero: c'è una felicità, o una parvenza di essa, che non ci rende capaci di riconoscere e di leggere la realtà: d'altra parte non è casuale che si dica "Impazzire di gioia".

E, d'altro canto, che l'uomo sia un po' testone, anche questo è fuori discussione.

Così come, che il dolore sia un crogiuolo, uno strumento per raffinare l'oro e l'argento, il materiale prezioso, è anch'esso indubitabile, benché talvolta - misteri della chimica, o forse solo a causa della temperatura adottata evidentemente troppo alta - capita che il dolore bruci, non raffina alcunché e finisca con l'incattivire (nulla esclude che questo possa riguardare peraltro la stessa bontà del materiale da raffinare).

Parlo di questo perché stamane mi trovo di fronte il cieco Bartimeo, reso evidentemente più sensibile che mai dalla sua cecità (sempre, ogni mancanza di un senso ne sviluppa altri), il quale, di fronte al Gesù di Nazaret, intuisce che lì sta la sua salvezza e comincia a gridare perché vuole essere salvato. Grida al punto di infastidire chi gli sta vicino e fino ad attirare l'attenzione di Gesù. "Voglio vedere. Fa' che io veda" - gli dice; anche se aveva già dimostrato con la sua fede di vederci benissimo. Che è un po' la salvezza visibile dei nostri credenti, sempre, incrollabili nella loro fede, talora: nelle loro preghiere; e che, già non crollando, dimostrano di avere ottenuto quanto chiedevano: di non crollare, di essere sostenuti, di vedere benissimo, come Bartimeo, di essere stati guariti: perché chi prega e non si dispera e non bestemmia solo la malasorte, ha già visto benissimo - con l'intuito del cuore e i suoi slanci - che c'è uno che lo può salvare: Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, poco più che un falegname...

Dimodoché, qualsiasi paralisi abbiano avuto le vostre membra o abbiano ancora, già ora, con questo atto "le vostra ossa saranno rigogliose come l'erba fresca", anzi lo sono già, come dice Isaia (66, 14a), versetto questo che ho sempre trovato di una bellezza pittorica eccezionale.

Così come è significativa la sottolineatura, nella vicenda di Bartimeo, di aver subito lasciato cadere il suo mantello, cioè quanto aveva, per avvicinarsi a quell'uomo a cui andava a chiedere aiuto ed a rispondere; rischiando oltretutto di non ritrovarlo più il suo unico bene, il mantello (non dimentichiamo che era ancora materialmente cieco): di aver rischiato tutto; credendo quindi, fino in fondo.

Un folle, uno sconsiderato?

Per molti sì; ma sono solo costoro quelli che possono accedere alla salvezza; "va' la tua fede ti ha salvato" - ripete in più occasioni l'uomo di Nazaret.

Ed è proprio quello che ci salva dai nostri calcoli meschini e da tutte le nostre piccole ansie: dai nostri paracadute: credere fino in fondo.

in effetti, come ricorda oggi Siracide, "neppure i santi possono raccontare tutte le tue meraviglie". Però possono intuirle, vederle, sperarle, crederci e quindi viverle, pur non potendole raccontare appieno; proprio perché quanto fa meraviglia è sempre molto al di là di quello a cui eravamo abituati e che ci saremmo attesi: altrimenti neppure ci avrebbe meravigliato, del resto. E quindi, ecco che le parole risultano inadeguate.

L'unico linguaggio che parla di questa meraviglia in modo esauriente potrei dire dunque che è quello della fede: quella sola. La fede non si meraviglia; perché essa sa che quanto ha creduto è possibile, al punto di averci creduto: il che fa sì, in ultima analisi, che sia avvenuto.

Ci accade infine ciò che abbiamo sperato e creduto con tutto noi stessi: "Signore, dunque, fa' ch'io veda" come dire "aumenta la nostra fede".

E, credendo, non solo aumenta la nostra fede ma cambia la nostra stessa realtà. Già solo da questo punto di vista, "credere" cambia radicalmente la vita.

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