Domenica scorsa, nel suo intervento all'Angelus, Papa Francesco, in vista dell'odierna festa della Visitazione della Vergine, suppongo, ha parlato di Maria, madre di Dio, suggerendo quasi un nuovo appellativo da aggiungere alle Litanie attualmente in uso, quello di "Maria che vai in fretta", indicando con questo la sollecitudine, non certo la frettolosità, con cui soccorre, condivide: Ella che si alzò - come dice il testo evangelico - e andò dalla cugina Elisabetta, subito; per aiutarla, certo, ma soprattutto per condividere quanto stava loro accadendo.
Ed il bimbo concepito da Elisabetta esultò nel grembo di lei.
Sono due donne queste che condividono una notizia, come fanno tante giovani donne: "Aspetto un bambino"; e immagino che si saranno non solo rallegrate l'un l'altra, trovandosi d'incanto più belle, ma avranno fatto progetti, pensato alle cose da preparare per il piccolo; si saranno scambiate impressioni e consigli: tutto ciò che le donne fanno, specie di fronte alla prima esperienza di maternità.
Che poi Maria, nonostante fosse solo una ragazza, fosse già pronta ad esser madre, è testimoniato dalla sua stessa sollecitudine per la cugina; se ne prende cura, come una madre, per tre mesi, corre veloce da lei, come dice anche il Papa, ed è da subito chiaro che non solo sarà una buona madre, ma sarà anche la Nostra Madre, quella che soccorre "pria del nostro dimandar"; ella "precorre" - come dice Dante - nell'Inno di San Bernardo.
A questa madre ci si può rivolgere con fiducia, giacché la madre vede i nostri bisogni, li interpreta e corre in soccorso, come quasi tutti tra noi hanno sperimentato; tanto che la Chiesa è davvero a Lei, alla Madre che porta in grembo il figlio e lo soccorre, che si deve ispirare.
Cosicché o la Chiesa è madre e tutti i suoi figli li soccorre e li accoglie, corre loro incontro, oppure rischia di tradire la sua natura: diventa sterile e severa, una vecchia insolente e rigida, una maestrina dalla penna rossa incapace di dare amore.
Ora, è vero che l'amore è soprattutto cura che i figli non si perdano dietro falsi miti, quindi amor di verità, ma è anche vero che non ci sarà verità se questa non passa attraverso una sollecitudine vera, amorosa, verso i figli.
Questa considerazione mi viene spontanea dopo che nei giorni scorsi ho avuto modo di vederlo da vicino, questo Papa, Francesco, nella Udienza del Mercoledì, a piazza San Pietro.
Francesco non è un uomo eccezionale se non nell'approccio assolutamente paterno che ha nei confronti di quelli che nella Chiesa sono i suoi figli: si ferma, stringe mani, sorride, si bagna di pioggia per andargli incontro. Nulla d'eccezionale, oserei dire, se non fosse che è proprio quello che vorremmo da un genitore, per quanto disobbedienti e inaffidabili fossimo. Il Padre (o la Madre, la Chiesa) sono così e li vorremmo così: sempre lì ad aspettarci. E così dovremmo essere padri e madri noi stessi; sempre pronti a riaccoglierci sull'uscio di casa. Quello che colpisce - dicevo ieri ad amici - e ciò che commuove è proprio lo spettacolo di quella gente alla ricerca dei genitori. Di chi siamo? Chi ci ha aspettato e ci aspetta? C'è qualcuno che ci attende in casa sua senza farci sentire di peso come questa società che vuole decidere quanti ne devono nascere e quanti ne servono per lavorare e per lo sviluppo armonico del Paese? C'è qualcuno per cui il nostro esistere è un sussulto di gioia interiore, un sorriso che si apre in volto perché ci ha desiderato e atteso? C'è qualcuno che anche dopo questa vita ci accoglierà con il sorriso e ci dirà "Ti aspettavo"?
Guardate: è solo questo, a mio avviso, il miracolo di una paternità o maternità che funzionino, come quella di un Papa o come quella di Maria.
Un buon genitore è colui che ti fa sentire sempre come il Figlio di Dio che deve arrivare pur essendo solo - nel nostro caso - il figlio d'un falegname, uno pure un po' duro di testa, testardo, svogliato, pieno di debolezze e di vizi, di pretese. Essere amati non so se sia un diritto; non so neppure se sia un dovere farlo: essere amati ed amare è costitutivo dell'essere, persino nel mondo animale.
Non c'è bestiola che non si prenda cura, almeno al principio, del figlio. E non c'è madre, in tutto il mondo animale, che non lo protegga, prima e dopo la nascita, correndo veloce in soccorso se il piccolo è in pericolo.
Ci sono è vero i casi in cui i piccoli, ammalati e malformati, vengono abbandonati dai genitori; all'uomo è dato di partecipare a ciò che dice il salmo però, a proposito dell'amor di Dio "mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto".
Questa paternità e maternità di Dio a noi quindi è dato di riprodurre e di rendere somigliante, più di quella che si trova in natura, in stati inferiori rispetto a quello umano. Padri e madri che soccorrono e sostengono in ogni caso, pur di fronte a qualsiasi malattia, fisica o morale; capaci di essere a fianco sempre e in ogni caso perché persino ciò che alla luce della sapienza è inutile e stolto, agli occhi nostri e di Dio, di questa donna che lo porta in grembo fino alle montagne di Giuda dove incontra la cugina Elisabetta, è prezioso e da custodire come un dono: figli dopotutto, solo figli.
Mi ricordo la Filumena Marturano di De Filippo, non una santa: sono tutti uguali quei figli, tutti da salvaguardare e da difendere. Se Filumena è capace di questo, forse Maria, Madre e Chiesa non può fare altrettanto? "Piezz e' core" - dice un detto popolare napoletano - di quel cuore trafitto da spade acuminate, certo, ma che non cessa per questo di amarlo quel suo figlio derelitto, messo in croce, ammalato, turbato dal vizio, dall'insuccesso, dall'ansia e dall'incertezza.
Pezzi del mio cuore che si fa a pezzi per i miei figli e che corre ovunque per loro.
E' mia Madre, questa, e so che posso chiamarla a qualsiasi ora del giorno e della notte. Sta sempre alla finestra e aspetta; perché essere Madre è sempre un modo in cui si è visitati dal Signore, toccati dalla sua Grazia.