Altissimo onnipotente bon Signore/ tue so' le laude l'onore et onne benedizione/ A te solo Altissimo se confano e nullo homo ene dignu te mentovare.
Laudato si o mi Signore, con tutte le creature/ spetialmente messer lo frate sole con lo quale fai iorno e allumini noi per lui et ellu è bello, radioso, cum grande splendore/ de te Altissimo porta significazione.
Eccolo il Cantico di Frate Sole che ho sentito per la prima volta recitare al cinema, credo, che ero un bambinetto (Fratello Sole e Sorella Luna).
Il fascino anche romantico di questo poeta della santità l'ho avvertito da subito. E chi, no del resto? Non conosco creatura al mondo che di fronte a questo Poverello non abbia abbassato lo sguardo per questa purezza.
Anche chi non si dice credente e chi vive professando altre fedi religiose e politiche.
Poi, man mano me lo sono ritrovato compagno di viaggio tra il liceo e l'università ("non dica Assisi che direbbe poco ma dica ascesi" - direbbe Dante, descrivendo la beatitudine del monte Subasio, di questo quasi sole che sorge, Oriente, sul cammino dell'umanità; Francesco di Pietro Bernardone. E poi con lui "scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro" tanto la sposa piace, Madonna Povertà).
E gli ho dedicato per certi versi la mia tesi di laurea: Jacopone da Todi, figlio, a suo modo, di Francesco. Ma del resto ciascuno di noi è figlio a proprio modo... Mentre io me ne andavo in giro per luoghi francescani, quelli della prima ora, alla ricerca di lui e ovviamente di me: di Cristo, immagino, soprattutto.
E' ancora Assisi lo scenario del mio ritorno alla fede: un libro provvidenziale del professor Cardini dedicato al santo di Assisi e un viaggio a lungo rimandato e poi coronato da una sorta di chiamata, di innamoramento struggente per Madonna Povertà e per quel Figlio a cui Francesco volle somigliare.
Non lo dimenticherò mai: era un 10 di settembre.
Me lo porto nel cuore e me lo porto a spasso dappertutto questo innamoramento avvenuto in maturità, questo disvelamento che mi ha cambiato per così dire la vita.
E a Francesco non manco mai di volgere il mio ricordo, la mia preghiera, la mia gratitudine; a Dio stesso, perché mi ha riconciliato con quelle creature in cui Francesco, nel suo Cantico, fa cantare la lode di Dio: "Laudato si o mi Signore per frate focu con lo quale enallumini la nocte et ello è bello luminoso e forte". E dà calore...
Perché è forte come l'amore, infatti: come un roveto ardente, questo amore che non vuole morire, Dio che parla attraverso la sua creazione, che a noi è stata affidata e data in dono infine.
Amo san Francesco - e come non potrei? - come potrei amare un maestro; come un altro braccio di Cristo, un'altra mano tesa in nostro soccorso.
Si protende verso di noi per dirci che la vita è bella, se è accolta come il dono di Dio, uno dei tanti, certo, come persino
"nostra sora morte dalla quale nullo homo vivente po' scappare...beati quilli che troverà a fare la tua santissima voluntate che la morte secunda no'l farrà male".
"Laudate et benedicete mi Signore, rengraziatelo et esaltatelo cun grande humilitate".
Sento che domani sarà festa, domani 4 ottobre: celebrerò questo mio amico che mi ha fatto compagnia per buona parte della vita, il tramite che Cristo si è scelto per affascinarmi e per sedurmi.
Ed io ho lasciato fare - avrebbe concluso Geremia.