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Gli anni dell'egoismo

Pubblicato da enzo cilento su 3 Ottobre 2013, 07:51am

Tags: #mater et magistra

Lo chiamino "bene comune" o "bene delle persone", quel fermento sociale e quell'impulso ideale che è stato fermento per tanti, nei migliori anni del nostro Paese, quelli in cui oltretutto si sognava un'altra idea di Europa, sembra essersi smarrito tra le motivazioni che muovono oggi istituzioni e rappresentanti istituzionali.

Gli episodi - non solo degli ultimi giorni - lo evidenziano in modo drammatico al culmine di una deriva che del resto ammonta fino agli anni del disimpegno e del vivere allegramente, "bevendosi la città", come ben diceva lo slogan "craxiano" della "Milano da bere", la Milano degli stilisti delle passerelle e dei Palatrussardi.

Ne siamo usciti ubriachi e malconci da quegli anni; dopo il machismo degli anni di Reagan e di Thatcher; dopo trent'anni di neoliberismo e di retorica dello sviluppo, in cui lo sviluppo ha sostituito come un totem vero e proprio l'idea del bene comune, della giustizia sociale.

E mentre in Italia siamo stati traghettati dagli anni di Mani Pulite, gli anni anche della vendetta, fino a quelli del berlusconismo.

E' finita un'era?

Forse più d'una, invero: verrebbe voglia di dire, oggi. Ma guai ad abbassare la guardia.

L'ordine sociale... e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l'ordine delle cose deve essere subordinato all'ordine delle persone e non l'inverso, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. - suggerisce la Guadium et Spes, riprendendo oltre quella Pacem in Terris di cui proprio in questi giorni un convegno di studi internazionale sta celebrando il mezzo secolo di vita: Quell'ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità, realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall'amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà. Per raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società. Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione. Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell'uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità.

Ora, la condizione che sottostà a questa idea della dignità di ogni persona è quella per cui "ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro" - passo che peraltro ci riporta direttamente al Vangelo proclamato domenica scorsa.

Non c'è più - e non da oggi dunque - questo impulso a prendersi cura della giustizia e dell'equità sociale; Lazzaro è lasciato tra le sue croste e le sue piaghe, come una sorta di Giobbe, con la sua povera pelle malata, come quella di un lebbroso, intoccabile e oltretutto additato quasi come colui che sta pagando il fio della sua colpa, quella di non essere furbo, previdente, di non essersi procurato (magari non ha potuto e saputo) crearsi le condizioni per sopravvivere in tempi difficili e di carestia.

La verità è che la cura del debole, dell'orfano e della vedova, in un modello di sviluppo neoliberista non è contemplata; che la competizione, vera mannaia che cade a separare grano e loglio, non può conoscere pietà e neppure previdenza sociale e welfare; non conosce carità; non fa dono di nulla: neppure della dignità: quella o ce l'hai, te la conquisti, oppure sei poco più di un "vinto" di Verghiana memoria.

Tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore.

Ecco: ci dobbiamo essere persi più di qualcosa di quel fervore di mezzo secolo fa; forse il riconoscimento dell'altro come prossimo - per cominciare -; se a questi propiniamo un modello indegno, offensivo, da terra dei fuochi, dove il veleno intossica la comunità e la uccide in nome del profitto spregiudicato dei pochi.

Siamo tutti più poveri, in questo modo.

Anche se nessuno è così povero come chi ha smarrito il senso stesso della propria esistenza in relazione agli altri: nessuno insomma è tanto povero e solo quanto un egoista.

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