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Teatro: le tavole della resurrezione

Pubblicato da enzo cilento su 7 Maggio 2013, 18:07pm

Tags: #in vista

Non smetterò mai di ringraziare Dio e i miei genitori, una delle mie zie in special modo, che mi hanno trasmesso l'amore per il teatro, fino a farmi scrivere addirittura per esso ed a prendermi la briga di andarci personalmente in scena, perché davvero, vera come il teatro c'è forse solo la vita e con una coerenza, con una aderenza a se stessi, all'esser quel personaggio e non altri, che neppure la vita sa riprodurre allo stesso modo, considerando che questa è spesso molto più contradditoria ed incoerente di un personaggio che suda e si dibatte contro se stesso e il mondo, o invece in armonia, stando sulla scena.

E la vita di chi recita a teatro è una vita generosa perché ha in mente un darsi continuo, fino a farsi essa stessa ripetutamente dono della varietà e della universalità dei cambiamenti e della metamorfosi umane e caratteriali a cui si lascia andare: oggi sei il buono e la vittima; domani il carnefice; santo e ragazzo di vita, re e cencioso, cardinale e colonnello, commesso viaggiatore.

Che gran cosa la vita dell'attore di teatro, religione e sacralità di mille esistenze messe addosso, la più alta delle esperienze laiche e religiose perché dell'umanità sperimenti tutto e nulla ti stupisce.

Quanti maestri e quanti sacerdoti sarebbero migliori se frequentassero una scuola di recitazione: per mettersi dentro i panni di un altro prima di stupirsi e di giudicare, tanto che persino il Cristo volle sapere e vivere, indossare i panni dell'uomo e del maledetto dagli uomini, del condannato a morte, del povero, dopo essere stato acclamato come il Messia, il Salvatore, colui che riporta in vita e che guarisce, accolto a Gerusalemme con rami di palma in segno di trionfo e poi costretto a marciare, croce sulle spalle verso la più ignominiosa delle morti.

E sudò sangue prima di interpretare quest'ultima parte, obbedendo alla regia della Storia ed alla volontà del Padre - anche alla sua - perché andasse fino in fondo il dramma e lo spettacolo della stoltezza del mondo e di quel pubblico in delirio.

Non si stupì della puttana e dei pubblici peccatori; quei personaggi erano noti anche a lui, perché la vita e il teatro non hanno censure, hanno solo cuore. Ed è dal cuore che si riconosce l'attore e l'uomo infine.

Dico questo, tutto questo, trascinato da due amori in uno come da più personaggi in uno, ora anche io, registrando in questi tempi, giorno dopo giorno, che il "nostro" teatro sta dicendo addio, ad uno ad uno, ai suoi grandi.

Domenica la Falk e prima la Proclemer e prima ancora la Melato.

E non muoiono neppure solo loro, ma sembra con loro tramontare la stessa bella stagione del nostro teatro in toto: mentre le sale chiudono e degli slanci della Compagnia dei Giovani, di quegli entusiasmi, non restano ormai che lividi e struggenti bagliori.

Resta bellissimo il suono delle tavole e la platea in silenzio e nel buio mentre in scena si consuma la Morte dell'attore e la nascita della sua creatura, del suo personaggio: perché ogni buon personaggio nasce dalla morte del suo interprete.

Quasi come il Cristo che per diventare il Risorto, colui che non conosce la morte deve prima morire, anche a se stesso.

L'ultima volta che ho visto la Falk a teatro è stato per un suo spettacolo dedicato alla Callas. Ero lì in veste di giornalista, per una recensione. E ne rimasi folgorato.

Non per il divismo: per la Risurrezione.

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