Anche san Paolo fu in quella culla della civiltà che è stata Atene ed ebbe a parlare all'Areopago, come è noto.
L'episodio ci viene raccontato da Luca nei suoi Atti, con accenti e parole che anticipano, se vogliamo, tanti testi prodotti successivamente dalla Chiesa, nel suo Magistero, e da tanti padri che fecero della predicazione e dell'evangelizzazione il proprio carisma.
L'appello è infatti a quel Dio Sconosciuto a cui gli Ateniesi avevano dedicato un tempio, perché se ci si rivolge ad un dio sconosciuto è perché evidentemente si è colto che quelli già noti non sono affidabili e non liberano l'uomo dalla sua infelicità.
Del resto un dio sconosciuto nel fondo del cuore lo abbiamo tutti.
Lo è quel Dio che sembra non risponderci e lo è talora lo stesso Dio dei Cristiani, visto che egli appare davvero come uno sconosciuto ai nostri occhi, un estraneo. E non perché non conosciamo il catechismo e il Dieci Comandamenti a memoria, ma perché non lo abbiamo incontrato mai: ne abbiamo fatto esperienza solo di surrogati, al più, di catechismi infatti e di schematizzazioni; Egli è sconosciuto e a Lui ci rivolgiamo come ad uno sconosciuto, un luminare sprezzante a cui chiedere l'ultimo consulto quando proprio non sappiamo più a quale santo rivolgerci.
Quel Dio sconosciuto esattamente come lo sono i nostri dei, quelli che crediamo di conoscere, anch'essi sordi del resto al nostro bisogno. Ci lasciano soli nel momento del pericolo e di fronte alla nostra angoscia hanno orecchi ma non ascoltano, hanno occhi e non vedono - come dice il salmista.
Il dio che è sconosciuto è come se non ci fosse - dicevano i teologi che sarebbero in breve arrivati alla teologia senza dio, i teologi della morte di Dio: perché se uno non c'è e non si trova è come se non ci fosse, anzi già non c'è, tanto che - aggiungerei - per chi non lo conosce, Dio già non esiste o almeno non esiste ancora, a meno che non si pensi che già il solo ritenerlo sconosciuto, ne indichi comunque riconoscerne l'esistenza, quanto meno come domanda.
Ma non è detto del resto che a ogni domanda corrisponda sempre e comunque una risposta mentre questo dipende in primo luogo dal modo in cui la domanda è posta: se essa è pertinente e se è posta all'interlocutore giusto.
E' pertinente la domanda sul dio sconosciuto? Credo che dipenda dal cuore con cui se ne fa richiesta. Che senso infatti avrebbe una domanda su ciò di cui non si vuol indagare, sapere e sperimentare? E' forse solo una domanda oziosa, cioè per perderci del tempo, o - come dicevano i latini - da "otium", cioè da riflessione filosofica, da studio (inteso come esercitazione dotta. E così non ci cambia la vita...
L'atteggiamento più comune a noi tutti è del resto proprio quello degli Ateniesi "su questo ti ascolteremo in seguito", il che accade proprio quando Paolo inizia a parlare di quello sconosciuto che è Risorto.
La ragione rifiuta ciò che non riconosce e non riconosce il proprio limite e con esso dunque la stessa necessità di essere soccorsa. Lo fa negando a se stessa la domanda che si era già manifestamente posta iscrivendo sulla facciata di un tempio l'intitolazione a quel dio sconosciuto, dal momento che, se lo avesse conosciuto gli avrebbe dato un nome e a quel nome avrebbe intitolato il tempio, mentre non dandogli alcun nome riconosce almeno ipoteticamente che qualcosa le sfugga e che quindi avrebbe bisogno di essere soccorsa e non solo da se stessa visto che da sé in questo non era riuscita.
Il fatto è che il dio sconosciuto o resta, come si diceva, solo allo stato di ipotesi, di apertura laica al dialogo e alla ricerca e allora rischia di limitarsi ad essere una sorta di allenamento al ragionamento o invece diventa reale apertura all'esperienza e l'esperienza dell'apertura si può fare solo se si ascolta e non rispondendo "su questo ti ascolteremo in seguito".
Questo per dire che lo Sconosciuto per essere preso in considerazione va accolto, ascoltato, anche se risponde solo in parte al linguaggio della ragione, la quale del resto ha già riconosciuto il proprio limite non essendo stata in grado di dare un nome a ciò che avvertiva ma che appunto non conosceva.
Non si tratta infine di trovare solo ragionevole quel dio sconosciuto ma di trovarne inevitabile e consequenziale la necessità di farne conoscenza, il che avviene solo facendolo diventare vita, cioè Uomo che vive la nostra vita, come noi e con noi, senza avere neppure bisogno di un tempio di pietra, per quanto belli lo fossero quelli di Atene, alteri e maestosi ma sconosciuti e rimasti senza parole; anzi senza neppure più un nome, un santo a cui votarsi.