Nonostante le origini, l’acqua non è mai stata il mio elemento naturale. Voglio dire che non sono un grande nuotatore e che resto un fifone, dopo tutti i corsi di nuoto che ho frequentato in piscina pur di vincere la paura. Che quindi non ho vinto …
Il motivo dicono che stia nel fatto che in acqua non mi rilasso. E quindi vado a fondo. Gli insegnanti sostengono questa tesi, che pare valga in assoluto oltretutto. Ebbene sì: restare a galla resta un’arte e non esattamente un istinto naturale. Cioè, tutti vorrebbero rimanerci ma non è da tutti farlo. “Maestro, sto annegando” – strillava Pietro mentre provava a camminare sulla superficie dell’acqua. Ed era vero.
E’ che siamo (saremmo) uomini di poca fede, perché se ne avessimo, diremmo ad un albero “spostati di qua, e lo farebbe” o così pure ad una montagna. L’affermazione non è mia ma dello stesso maestro di Pietro che rimprovera l’allievo che si sente sul punto di affogare. Che è poi condizione di tutti.
In realtà quelli salvati dalle acque, in ambito biblico, non sono tanti: Mosè sì, da una cesta. E gli Egiziani no, tutti a testa in giù sotto il mare che si chiude su di loro. Non fa eccezione Giona con la sua storia esemplare: la nave affonda; lui, la causa (diserzione), giù in acqua nella pancia della balena.
Le acque si ritirano dall’orbe nella creazione (l’episodio è richiamato anche nel salmo 103) e con ciò la preoccupazione che non accada mai più come a Noè nel suo diluvio, ovviamente universale, perché il mondo intero sia cambiato – ce n’è urgenza – che resta un dato di fondo, un’ansia sotterranea che attraversa tutta la cultura giudaico-cristiana.
C’è un acqua che salva, nel battesimo, che in origine avveniva solo per immersione; e c’è quella della Geenna che è quella della condanna finale: acque salubri e salvifiche, acque venefiche e maleodoranti, come tutte quelle dell’immaginario del Medioevo cristiano; come tutte quelle dell’Inferno dantesco. L’acqua attraversa la terra e l’Oltretomba, persino dove, ad imo ad imo, nel tremolar della marina, l’acqua segna il confine tra la pena e la salvezza, sulle sponde della montagna del Purgatorio.
Con l’acqua dobbiamo fare i conti, fatti d’acqua e di liquidi come siamo, evanescenti e liquidi come sostiene Baumann.
Di più: quel che non avete è perché non lo chiedete nel modo giusto, e cioè non sapete galleggiare, non vi abbandonate, non confidate, non vi rilassate: e non avete fede. Nuota chi ha fiducia di poter vincere la gravità, e anzi vola. E chi non vola è come un animale da cortile: sta sempre lì a temere che prima o poi diventerà carne per brodo.
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