Priebke dunque è arrivato a compiere il suo primo secolo di vita.
Ne fa memoria tutta la stampa quest'oggi, perché è un uomo che si porta dentro una storia terribile, la sua e la nostra oltretutto: per la quale non ha mai saputo chiedere scusa.
Non perché gliel'avremmo concessa facilmente, ma perché questa irriducibilità (eccolo il termine che rimanda agli anni bui del terrorismo: il nazionalsocialismo forse non lo è stato?) ci ferisce sempre come una sfida senza tempo, laddove la pietà non ha fatto breccia in alcun modo.
Si trascina la sua miseria, Priebke, sottobraccio alla sua badante, sordo, come lo è stato alle mozioni del cuore ed a quelle della pietà. La pietà che è l'unica salvezza per un uomo, tanto che non averne è dannarsi da soli: persino al rischio di non riceverne alcuna.
Del resto chi mai lo sosterrebbe nel suo camminare se non qualcuno pagato per farlo?
E' proprio difficile aver pietà per chi non ne ha mai avuto.
Mi chiedo, come tanti, quale pietà possa avere Dio stesso per uomini che divengono belve e che sterminano i loro simili, il Suo popolo: e non trovo risposta se non nella Pietà stessa che è Dio, che è superiore alla nostra capacità di comprenderla.
E mi chiedo se non sia solo per pietà che ci viene concessa una vita così lunga se non per offrirci ancora un'occasione per provarne e per chiedere perdono.
I giorni che ci sono dati, ci vengono conteggiati come biglietti di andata verso una terra nuova che non sia quella di ieri, ma un cammino, un approdo, una vita nuova. Chi non perdona e chi non ha pietà, questa occasione di conoscere una terra diversa, l'ha perduta.
E tutto si può perdonare, infine, anche se non si può non provare pena per coloro che non sanno chiederne, quelli che non fanno nemmeno il gesto di alzarsi, di andare dal proprio padre e di dire "Padre, ho peccato". E' come se avessero rifiutato l'ultima possibilità di riconciliarsi col genere umano, loro che lo hanno falcidiato e tormentato: se ne chiamano ancora fuori, probabilmente per sempre: "io non appartengo a questa razza!" - si son detti.
E a quale razza allora appartiene chi non chiede di riconoscersi in alcuna?
In quella che obbedisce automaticamente ad un ordine che gli somiglia; al di là di ogni considerazione sul bene e sul male.
E' la pietà di Dio a concedergli cento anni o duecento per provare a muover le labbra per dire "ho sbagliato" e forse l'inferno è questo vagar sordo, muto, incapace di dire una parola nuova che non trasformi un passato di morte e di condanna.
Ti filmeranno e ti scoveranno ovunque, Priebke, finché vivrai: è questo il tormento e la pena di cui non ti riesci a liberare. E nessuno avrà pietà di scorgere che sul tuo volto di questa pietà che tutti vorrebbero non c'è nessuna traccia.
Abbiamo pena per te che non hai pena del tuo andar sordo e muto, un automa ormai, sotto lo sguardo raggelato di tutta l'umanità a cui del resto non senti di appartenere. Come non provarne compassione?