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L'esercito del surf

Pubblicato da enzo cilento su 25 Luglio 2013, 14:40pm

Tags: #mater et magistra

Diceva il Decreto Apostolicam Actuositatem, cinquant'anni fa I giovani esercitano un influsso di somma importanza nella società odierna. Le circostanze della loro vita, la mentalità e gli stessi rapporti con la propria famiglia sono profondamente mutati. Spesso passano troppo rapidamente a una nuova condizione sociale ed economica....Questo accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica, alla quale del resto la stessa loro indole naturale li dispone.

E' davvero di un altro mondo che stiamo parlando, temo, in giorni in cui peraltro - sotto ogni latitudine - campeggia l'informazione un po' civettuola (cronaca) sulle Giornate Mondiali della Gioventù.

Sarebbe bello chiedersi invece oggi quale sia il peso che esercitano i giovani nelle dinamiche attuali, nella società moderna, nei rapporti con la famiglia (parlo di quella umana, in generale).

Quei testi pieni di ottimismo sono davvero lo specchio di quella società che non esiste più: quella del baby boom: per cominciare; figlia di quell'ottimismo liberale che ha finito col naufragare negli ultimi venti anni; così come tutto il giovanilismo della beat generation; del pacifismo e del "mettete fiori nei vostri cannoni" che lo ha accompagnato. Oggi, quei giovani han settanta anni, voglio dire, come Mike Jagger, ieri, tanto per capire.

Il baby boom è finito da un pezzo; come il trionfo dei palazzinari, del mattone e dell'automobile: da Torino a Detroit.

L'ottimismo liberale e capitalistico ha dovuto fare i conti con un limite fisiologico allo sviluppo peraltro salutare e doveroso, per quanto stesse diventando una corsa sconsiderata al consumo.

E i giovani non incidono né "passano rapidamente" come dice il Decreto "da una condizione economica e sociale all'altra". Magari fosse vero!

L'immobilità sociale di contro non mi sembra uno spettro, insomma, così impalpabile come si vorrebbe credere (nepotismi e clientele ne hanno favorito la cristallizzazione).

E l'Occidente agonizza, da questo punto di vista, perché, se di giovani si deve parlare, sovente i nostri sono privi di giovinezza del cuore: disincantati.

Siamo tutti giovani, certo, ci diciamo, presi come siamo dai postumi della sindrome di Peter Pan e dell'eterna giovinezza, cosicché i cinquantenni giocano a fare i teen agers ed a rivendicare la stessa irresponsabilità (il diritto a coltivarla) di una eterna adolescenza. Perché mai dovremmo rinunciare a sentirci eterni ragazzi?

Al punto che non abbiamo bisogno di altri ragazzi e altri figli: siamo già abbastanza impegnativi per noi stessi, con le nostre levate di scudi, i nostri colpi di testa. Di questi giovani (noi stessi) che non sanno assumersi nessuna responsabilità credo che faremmo volentieri a meno.

Col maturare della coscienza della propria personalità, spinti dall'ardore della vita e dalla loro esuberanza, assumono la propria responsabilità, desiderano prendere attivamente il loro posto nella vita sociale e culturale; questo zelo, se è impregnato dello spirito di Cristo e animato da obbedienza e amore verso i pastori della Chiesa, fa sperare abbondantissimi frutti. Essi debbono divenire i primi e immediati apostoli dei giovani, esercitando da loro stessi l'apostolato tra di loro, tenendo conto dell'ambiente sociale in cui vivono.

Infieriamo, dunque: Dove sono la presa di coscienza della propria personalità; l'ardore della vita, la volontà di prendere parte attivamente alla vita sociale e culturale, ammesso che ne esista ancora una?

Verrebbe voglia di porsi qualche domanda, in quanto adulti. Chiedersi dove si è sbagliato perché prevalesse la disillusione e il disinnesco dell'ardore giovanile.

E, se è vero che un cristiano non può essere pessimista, un cristiano ha anche il dovere di guardare con realismo e senza infingimenti la realtà. Che è avvilente, nonostante lo spettacolo speriamo duraturo (che il vento non si porti via i semi...) delle Gmg di turno.

Gli adulti procurino d'instaurare con i giovani un colloquio amichevole, che permetta alle due parti, superando la distanza dell'età, di conoscersi reciprocamente e di comunicarsi vicendevolmente le proprie interiori ricchezze. Gli adulti stimolino i giovani all'apostolato anzitutto con l'esempio e, all'occasione, con prudente consiglio e con valido aiuto. I giovani poi nutrano rispetto e fiducia verso gli adulti; quantunque siano inclinati per natura alla novità, apprezzino debitamente le buone tradizioni.

Il problema è che per essere interlocutori e quindi adulti bisogna riconoscersi come categoria ("gli adulti"); e questo sembra del tutto alieno dalla nostra cultura.

Ai nostri ragazzi chiediamo di essere loro pari età, irresponsabili e non altro da sé.

Perché non riconosciamo al nostro vissuto, alla nostra storia personale nessun valore che non sia degno di essere di continuo rinnegato. Non abbiamo nulla di significativo da trasmettere, tranne lo smarrimento di uno che ha deciso di non crescere mai.

E' di questi adulti bambini che i giovani non possono che avere paura. Della loro fragilità emotiva ed esistenziale. Non siamo superuomini - è vero - e non è questo che ci vien chiesto: ma siamo genitori, padri, madri, insegnanti, punti di riferimento e non camaleonti che hanno perso identità e il gusto di averne una.

Poter dire "in questo ho fallito" è da adulti; e discuterne. Mancare di un peso specifico, di una identità è fuorviante; non è educativo; non serve certo ai nostri ragazzi.

Non si può continuare per sempre a canticchiare "Noi, siamo i giovani, l'esercito del surf" - come la Spaak esattamente cinquant'anni fa, appunto

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