C'è sempre un corpo che fa tutt'uno con lo Spirito, l'anima - come si dice usando una parola più di matrice greca che non semitica - e questo mi sembra molto significativo sia nell'ottica della salvezza preparata per ciascuno di noi; sia nel messaggio che deve passare attraverso Cristo: attraverso il suo corpo appunto.
Al punto che quel corpo, immagino bello e sicuramente indurito dal lavoro del laboratorio del falegname, è lo stesso corpo che appare poi in tanta iconografia come del tutto devastato dal dolore e dalla sofferenza della croce.
Il Seicento in modo particolare e la Controriforma ne fecero un'icona terrificante, specie in ambiente ispanico, cosicché ancor oggi si vedono di quelle statue lignee e di quelle tele che suscitano quasi repulsione per il loro realismo: come il realismo di certa ritrattistica al termine dell'impero romano e in ambito ellenistico: nessuna apatia; solo dolore e trasfigurazione dal dolore. Non entro nel merito.
Quel Cristo risponde ad una funzione realistica ed è fatto ad uso della pietà popolare - ci hanno insegnato - con tutta la scia dei relativi sensi di colpa che suscitava.
Colpa del gusto del tempo; del Barocco, di quella teatralità che del resto è propria dell'epoca. Anche se, con il trionfo del raccapricciante nel realismo cinematografico oggi e il gusto per l'orrido di certa cronaca mi sembra che possiamo tranquillamente parlare di un nuovo Barocchismo. Ma non sta qui il punto e neppure mi chiedo se sia necessario di conseguenza quel tipo di rappresentazione del Cristo, oggi, visto che il gusto è analogo.
Certo, quell'arte evanescente e astratta, stilizzata e simbolica che negli ultimi anni ha invaso riviste religiose e templi, non risponde a questo bisogno di realismo. Dopotutto, Cristo non è un concetto ma un uomo, pur essendo i miei gusti artistici ben lontani da certa rappresentazione sanguinolenta.
Vorrei dire del resto che se quell'arte concettuale rappresenta bene ciò che per molti, il cristianesimo è diventato, un universo simbolico, una ideologia ed un concetto; d'altro canto episodi di questi giorni come le ostensioni - pur macabre quanto si vuole - stanno a testimoniare che la gente ha bisogno di corpi che dimostrino che egli, santo e miracoloso (parlo di Padre Pio) era però un uomo come noi, in carne ed ossa. Ripeto: senza entrare in alcun modo nel merito.
L'idea della corporeità di Cristo del resto è un'idea affascinante, soprattutto del tutto nel registro del nostro immaginario. Gli diamo un volto (di certo ne aveva uno, credo bellissimo); gli diamo un tronco e delle braccia persino virili ed atletiche (si guardi la ritrattistica rinascimentale per esempio); gli si dà uno sguardo e poi ancora una bellezza complessiva; per cui il figlio di Dio è davvero più bello del sole e ricorda la bellezza di Antinoo e quella di Achille piè veloce.
Né questo corpo doveva avere un ruolo secondario, come si diceva anche ieri, nella capacità di affascinare le folle. Mi viene in mente il dantesco "bello era e biondo e di gentile aspetto...".
Ma quel corpo è di più - perché così sarebbe solo da copertina del Messaggero di S. Antonio o da rivista patinata e alla moda - è un corpo che suda (persino sangue), che si impolvera nel deserto e tra la gente; che gronda fatica nel suo lavoro e nella sua instancabile predicazione e sotto il peso della croce; che si insanguina durante la coronazione di spine, sotto i flagelli, nella crocifissione. Un corpo - voglio dire - così importante nell'affermazione di questa salvezza universale aperta ad ogni altro corpo umano, che addirittura, dopo essere stato inchiodato sulle mille croci spacciate per quella sua come reliquie e le relative migliaia di chiodi anch'essi attribuitigli dalla pietà popolare, viene posto in un sepolcro, viene ripulito, si sarebbe dovuto profumare, avrebbe dovuto imputridire e divenire, come ogni altro corpo, terra che fa nascere il seme e da esso il pane: che avrebbe cibato un altro essere destinato allo stesso destino ed allo stesso ciclo vitale: corpo e sangue, terra e linfa vitale; sole e pioggia, spiga e grano; vite ed uva.
Di questo corpo che aveva vissuto sentimenti e attese, paure e tensioni, faceva parte quello spirito grandioso che lo abitava e lo rendeva così bello, tanto che la bellezza di un corpo è sempre una faccia di quello stesso spirito e quindi è degno del nostro rispetto, del nostro amore, della nostra attenzione, non è una vergogna: anche la bellezza è un dono. Che non va sciupato.
C'è chi nudo si presentò, corpo, davanti al vescovo ed al padre suo, per essere solo quel che siamo: corpo pieno di spirito, la nostra ricchezza. Poveri di una ricchezza che splende come un corpo ch'è vita, michelangiolesco o caravaggesco che sia. Siamo nudità splendente e vita che si trasforma, si dona, come accade nell'amore, anche in quello umanissimo che mette al mondo passioni e figli. Donarsi e trasformarsi: liberare quel che siamo: seme di altra vita.
Ricordo sempre Francesco d'Assisi e come lui, altri, che - al termine della vita - volle che nudo venisse posto in terra, da cui era venuto, come Giobbe forse e più ancora come chiunque abbia chiaro che siamo terra, terra che respira, corpo che si anima, spirito che si fa sangue e carne, Dio che si fa materia. Ogni bellezza è una bellezza che viene da Lui.
Mi piace molto tutto ciò e spero che quando sarà giunto il tempo mio, qualcuno si ricordi di questo: che in terra voglio che ritorni la mia terra, mentre dappertutto si libera la vita che l'ha animata e che l'ha resa splendente come su una tela.