"Frumento di Cristo noi siamo, cresciuti alla luce di Dio" - esordisce l'inno dei Vespri di questa sera di Corpus Domini.
Non so se davvero ed in quale misura noialtri siamo cresciuti alla sua luce, anche se dopotutto persino le tenebre ai suoi occhi son chiari come la luce e la notte è chiara come il giorno di ieri che è passato - raccontano più o meno i salmi - ma di certo è bello pensare quest'oggi, qui, hic et nunc, che sì, siamo bel frumento di Cristo.
Frumento che passa dal suo mulino; che viene sminuzzato e frantumato; che diventa farina. Tanto che l'inno prosegue "Trasformaci in pane, Signore".
Che pane siamo? - mi chiedevo un attimo fa.
Il pane del supermercato o quello deposto e custodito conservato nella madia avvolto in un panno perché resti morbido?
Non c'è dubbio. Io vorrei essere - come sono - un pane scuro, lavorato dalle mani di Dio, pieno di scorie e di crusca, che sa di fatica e di campagna; di strumenti di lavoro antichi, di farina passato solo in parte al setaccio; pane che ricorda il colore e il sudore della terra, dunque.
Vorrei essere preso a morsi da chi sente i morsi della fame e messo nella sacca nella bisaccia da chi sta per affrontare un lungo viaggio, un pellegrinaggio magari, come verso Compostela o verso il Monte Carmelo; essere il pane di chi non ha altro che pane e un sorso d'acqua, il pane dei vecchi e dei disperati; degli affamati e della gente sola; il pane di chi non cerca che pane perché sa che tanto gli basta per sopravvivere.
Il pane dei miei nonni, il pane di campagna lievitato con il lievito d'una volta e conservato nella dispensa; il pane che i miei vecchi mi davano con una fetta di salame quando li andavo a trovare al paese e me lo conservavano quel pane lievitato in modo così naturale che quando si spezzava era elastico quasi come l'argilla. E il pane che al mattino trovo sul tavolo della cucina pronto ad essere coperto con la marmellata che prepara in casa la mia mamma.
Voglio essere quel pane che nasce dal frumento di Cristo e dal suo lavoro quotidiano, lento paziente lavorio giorno per giorno attimo per attimo come il lavoro del contadino. Voglio essere il pane che si dava ai bambini una volta, coperto di zucchero: il pane degli ultimi.
Voglio essere il pane della festa, quando "in veglia premea le piume; ed alla tarda notte un canto s'udia per li sentieri lontanando morire a poco a poco, già similmente mi stringeva il core": il pane delle stelle e dell'ultima domanda della sera, prima di dormire, immaginando che questa domanda "pane" un giorno troverà finale una risposta.