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Visitati dalla premura

Pubblicato da enzo cilento su 1 Giugno 2013, 17:28pm

Ne abbiamo già parlato ma potremmo anche dire che non ci si stanca mai di parlarne. Mi riferisco al passo contenuto nel Vangelo di Luca, certo: folle che ascoltano Gesù e le sue parole, in un luogo praticamente desertico; discepoli che vorrebbero che lui le congedasse per procurarsi da bere e da mangiare; pani e pesci moltiplicati fino a sfamarne migliaia con una moltiplicazione miracolosa.

Non è il miracolo che mi colpisce - devo dire - anche se il passo è universalmente noto come quello della Moltiplicazione dei pani e dei pesci. E non mi colpisce questo, perché a Dio nessun effetto speciale - lo dico con bonomia - è impossibile.

Del resto, non è questa Onnipotenza il messaggio di Cristo e neppure la sua regalità; perché se così fosse, ogni gesto eccezionale sarebbe un gesto divino, qualsiasi magia e fatto strabiliante lo sarebbe.

Non è il potere straordinario che ne fa il Salvatore - intendo - ma altro: la sua umanità.

Li aveva fatti sedere a gruppi, forse perché nessuno si sentisse solo; li aveva curati; se n'era fatto carico e gli aveva parlato del Regno di Dio.

Non riesco neppure a immaginare quali argomenti e quale carisma gli fossero propri. Quando penso a Gesù che incanta le folle non mi viene in mente nessun affabulatore e nessun incantatore di folle. Di certo doveva possedere una capacità di farsi ascoltare del tutto sconosciuta: forse incantava come un grande attore; e forse il tono della sua voce doveva essere come un'acqua profonda che scorre tra le vene della terra; come un tuono che viene dalla profondità dei cieli; doveva toccarli, i cuori; e con essi le orecchie; e riempire gli occhi di chi gli stava di fronte: al punto di trascinarseli persino alle porte del deserto sul far della sera, dove li troviamo nel passo di Luca, appunto.

E le cose che diceva dovevano toccare il cuore - dicevo - non so come: credo, affondando in non so quale bisogno ancestrale e innato; la voce che risponde alla domanda fatta ed a quella che resta inespressa, quella che non ha parole.

Era il suo modo di prendersi cura di loro: uno dei tanti.

Come quello di affidare ad altri - nello stesso brano - il compito di sfamare quella gente stanca e lontana da casa, o invece rinvigorita e mai a casa come in quel momento: chissà. Prendendosi cura anche dei suoi: "voi stessi potete farlo". Grande Pedagogo, Gesù di Nazaret, Rabbì, uno che sa cosa va dato a ciascuno, in quel momento, esattamente secondo il suo bisogno.

Ma uno così non si riproduce né con il calco di gesso e neppure con il lavoro sapiente dell'artigiano.

Se ne offre una imitazione volenterosa e generosa, previdente, premurosa, ma senza pretese di perfezione: l'autentico è un altro ed è di tutt'altro livello. Noi uomini, solo imitatori, ecco: niente di più: riflesso e basta.

Detto ciò, mi chiedo spesso quale premura riesca io a mettere nel mio agire, quale amore generoso riesca mai ad offrire nei confronti di chi mi viene dietro e forse altro non desidera che io gli dia qualcosa da mangiare, che mi faccia ascoltare.

E so bene che un gesto, un attimo di ascolto, una parola, un nonnulla sfamerebbero quell'uomo sul limitare del deserto; che nella mia cesta c'è sempre qualcosa anche per lui. Vorrei fosse così per i miei amici che pensano a me come ad uno che ascolta e che sa sempre cosa dire (e magari fosse vero!); con i miei familiari e con i miei lettori addirittura; con chiunque - ovunque lo incontri - sembri chiedere la grazia di fargli dono di un po' di me. Che poi è quello che a tutti è chiesto da tutti; salvo rendersi conto che le nostre sporte son vuote, vuotissime e desolate, che non abbiamo voglia di dare e di condividere perché la vita è un attimo e si fugge tuttavia, con tutto quello che faceva seguito nel madrigale del Magnifico.

Senza pensare che di quel doman che non c'è certezza si può condividere l'attesa: quella di un giorno migliore, che è quello che stiamo costruendo e di cui Gesù racconta alle sue folle: il Regno di Dio.

Vedete: non c'è trionfalismo neppure in questo atto glorioso e dolce del Cristo.

Le folle sedute in gruppi ad ascoltarle saranno le stesse che saranno pronte a deriderlo e a insultarlo: in coro.

Perché neppure per lui su questa terra del doman c'era certezza (anche in questo uomo come tutti dunque): al punto di condividerne la precarietà, intendo; e in questo sentendo che al di là della precarietà e della caducità del vivere, del successo, del trionfo sulla folla, c'era una verità, una promessa comunque più profonda che andava offerta come il pane del cielo; vera ed essenziale, al punto di poter essere affidata anche a dei poveri uomini che - chissà se per il senso del limite, il proprio; per l'incredulità o la preoccupazione per la folla affamata - quella gente l'avrebbero mandata a casa o a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, convinti di non avere mai abbastanza per loro.

Verità incontrovertibile del resto, agli occhi della nostra ragione e di una retta coscienza; verità del tutto infondata di fronte al miracolo della generosità che è sempre un miracolo di fede.

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