La bella storia di Paolino di Nola è la storia che gli "intellettuali" più o meno come me, e gli umanisti, si augurano di poter rivivere in prima persona.
Perché è la storia di un approdo in Dio, sulla scorta della bellezza e della poesia, purificata certo da ogni idolatria che la rende solo narcisistica ed autoreferenziale e che invece, a quell'arte stessa, dà lo sbocco più grande che possa esservi: quello di diventare umana e universale.
Perché Paolino, nativo di Burdigala, Bordeaux, vissuto tra IV e V secolo, morto appena dopo un anno dopo Agostino, nel 431; costituisce uno splendido esempio, paradigmatico, di come ogni sensibilità e conoscenza possa infine, per Grazia, confluire e fiorire in Cristo; al punto che certo non fu un caso che nell'età medievale si favoleggiò di una traccia cristiana nel pietas virgiliana; o che altri sostennero esistesse un carteggio tra Seneca morale e Paolo.
La verità è del resto un'altra: che i semi di quell'umanità e di quella Rivelazione che trova luogo in Cristo erano già sparsi nella cultura che li avrebbe accolti: Cristo era già nel cuore dell'uomo.
Paolino del resto poeta ed umanista lo fu davvero.
Fu discepolo del poeta Ausonio, che mai gli perdonò la conversione; scrisse versi e carmi per tutta la sua vita, amò scrivere fino alla fine, maturando, certo col tempo e dopo la conversione, tematiche e modalità differenti rispetto al passato, ma senza mai tradire l'amore per l'arte della parola, benché dovesse infine giungere a dire "L'uomo senza Cristo è polvere ed ombra" (Carme X, 289).
Governatore in Campania, rimase inaspettatamente colpito dalla fede semplice con cui il popolo onorava la tomba di un Santo, il martire Felice, nel Santuario di Cimitile. "Come responsabile della cosa pubblica, Paolino si interessò a questo Santuario e fece costruire un ospizio per i poveri e una strada per rendere più agevole l’accesso ai tanti pellegrini".
Fu allora che si sentì spinto a interrogarsi, a partire: ad andare, come Agostino, per ascoltare il vescovo Ambrogio, a seguirne la scuola, fino a che, insieme alla moglie Therasia, anche in seguito alla morte prematura del piccolo avuto da lei, non decisero entrambi di votarsi a Cristo, in una rigorosa vita ascetica.
Doveva essere una via senza ritorno e per certi versi fu davvero così, se non che non tutto andò secondo i suoi desideri. Avrebbe vissuto infatti ben volentieri da monaco per il resto dei suoi giorni. Senonché, praticamente per acclamazione, nel 409 fu eletto vescovo di Nola; mentre continuava a comporre, tra lettere e carmi nel nome della bellezza di Dio, della nuova scoperta: «Per me l’unica arte è la fede, e Cristo la mia poesia» («At nobis ars una fides, et musica Christus»: Carme XX,32), ma mentre nel contempo un impegno pastorale e di accoglienza lo spingeva sempre più a farsi guida del suo gregge.
Pur ricco, aveva venduto ogni cosa, certo, e a tutto sembrava poter rinunciare, tranne che alla preghiera e alla lectio divina: «L’abbandono o la vendita dei beni temporali posseduti in questo mondo non costituisce il compimento, ma soltanto l’inizio della corsa nello stadio; non è, per così dire, il traguardo, ma solo la partenza. L’atleta infatti non vince allorché si spoglia, perché egli depone le sue vesti proprio per incominciare a lottare, mentre è degno di essere coronato vincitore solo dopo che avrà combattuto a dovere» (cfr Ep. XXIV,7 a Sulpicio Severo).
Nella comunione delle anime belle e assetate di Dio, ecco infine cosa scrisse ad Agostino: «Non c’è da meravigliarsi se noi, pur lontani, siamo presenti l’uno all’altro e senza esserci conosciuti ci conosciamo, poiché siamo membra di un solo corpo, abbiamo un unico capo, siamo inondati da un’unica grazia, viviamo di un solo pane, camminiamo su un’unica strada, abitiamo nella medesima casa» (Ep. 6, 2).
Cristo che avvicina gli uomini, ne fa una sola cosa, un corpo solo, un cuore che batte all'unisono.