Alzarsi ogni mattina per andare incontro anche ai mille inconvenienti che ciascun giorno propone: il traffico, lo sciopero, l'accertamento clinico che ti mette in ansia, il lavoro che non va e che rischia di saltare. E' stretta la porta per ciascuno di noi e non è detto che uno abbia voglia di passarci tutti i giorni per quella benedetta apertura. Magari, fosse possibile trovarla una scorciatoia. Chi è che non ci pensi?
Ma le scorciatoie ti portano spesso in luoghi sconosciuti, vere e proprie trappole, inutile nasconderselo.
Dico la verità: quando, anni fa, come ogni adulto "responsabile", decisi di lasciar casa e anche il mio paese di origine, l'idea della scorciatoia, anche se non del tutto consapevolmente, doveva proprio avermi accarezzato.
Di più: mi aveva irretito. Al diavolo le dinamiche familiari che mi eran ben note; quelle del mio Paese, di questo Meridione non proprio benedetto; di certa Chiesa non proprio consapevole; di certo movimentismo immobile e chiuso. "Son padrone ormai della mia vita..." - me ne andavo canticchiando, in sostanza.
CI avrei scommesso su: su quest'uscio un po' angusto non avrei più messo piede. Me ne sono andato canticchiando per un po' e poi bestemmiando perché nel frattempo non sapevo più perché mi trovavo su quella strada, forse "in mezzo alla strada".
Beh, contro ogni ragionevole previsione, me la sono ritrovata davanti questa strettoia: o ci passi o non avrai fatto nessun passo avanti - era evidente che questo era il senso della cosa.
E allora, rimettiti a ricostruire un rapporto in casa; a doverlo restaurare e rinnovare; cerca di passare sopra l'orgoglio ed il risentimento di chi forse non ha fatto molto per capire (molto più invece per condannare): quelli "a cui non sono mai piaciuto", come diceva il testo di una canzone. E - tanto per restare in tema "canoro" - era a loro che era dedicato tutto questo, tra strafottenza e consapevolezza che questa del resto non porta molto lontano.
Mi sembra che ogni giorno abbia la sua porticina con la quale devi fare i conti: quelli che, a torto o a ragione ti considerano come l'intellettuale distante anni luce da loro, perché hai fatto il giornalista e l'attore e te ne sei andato via, dimenticandoli, a vivere nelle Capitale (sei il solito presuntuoso!); le lezioni che la vita e ciascuno ti vuole impartire di continuo; l'intolleranza che tocchi con mano, perché ormai sei uno straniero: "con quella faccia e quei modi da straniero". E questi passaggi non sono indolori: sono porte.
Non si tratta insomma neppure di farsele passare addosso certe cose, scivolar via come se nulla fosse: si tratta proprio di graffiarsi un po' se se ne vuole trarre profitto. Sei disposto a farlo? Me lo chiedo sempre. Fino a che punto dunque?
Oggi son passato di qua - mi dico - ieri da quest'altro passaggio angusto; ieri l'altro da una vero e proprio budello e da un intreccio di viuzze cieche; domani mi troverò di fronte, ancora una volta, fantasmi spettri che mi faranno spavento; situazioni che mi metteranno ansia ed apprensione.
Ti stai strutturando - ti dicono gli amici ottimisti e i pedagoghi: Ti stai distruggendo - sostengono invece quelli che ti voglion bene e che arrancano tra amore, autoproiezioni e un po' di sano psicologismo.
Ma, vedete, da una porta si esce, così come si entra. Si esce da un posto per entrarne in un altro.
Bisogna solo capire qual è il posto in cui si respira meglio.
E' quello che cerchiamo: o no?
Perciò, forse, chi cerca un rifugio pensando di salvarsi; la vita e il respiro rischia di perderli, irrimediabilmente. Forse dovremmo chiederci solo se stiamo cercando uno spiraglio verso la libertà...
Dopodiché ci sta: anche il non riuscire a passare.
Aspettando il momento buono, che prima o poi verrà. Ci vuol coraggio ad aprirle le porte: sempre.