E così Cipriano fu condotto nella campagna di Sesti e qui si spogliò del mantello e del cappuccio, si inginocchiò a terra e si prostrò in orazione al Signore. Si tolse poi la dalmatica e la consegnò ai diaconi, restando con la sola veste di lino, e così rimase in attesa del carnefice.
E' quello che narrano gli "Atti proconsolari del martirio del santo vescovo, Cipriano: Così subì il martirio e il suo corpo, a causa della curiosità dei pagani, fu deposto in un luogo vicino dove potesse essere sottratto allo sguardo indiscreto dei pagani. Di là, poi, durante la notte, fu portato con fiaccole e torce accese e accompagnato fino al cimitero del procuratore Macrobio Candidiano che è nella via delle Capanne presso le piscine. Dopo pochi giorni il proconsole Galerio Massimo morì. Il santo vescovo Cipriano subì il martirio il 14 settembre sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno...
Era l'anno 258 e Cipriano era vescovo di Cartagine dal 249.
Accusato strumentalmente di avere lasciato la sede, nel momento della persecuzione di Decio, - accusa mossagli in particolare da alcuni sacerdoti e diaconi ribelli guidati da quel Novato citato più volte da Cipriano nel suo epistolario - il vescovo di Cartagine si vede restituita dagli avvenimenti, l'opportunità di riscattare la sua dignità: con un richiamo all'unità e con la successiva persecuzione.
E' in questo frangente che, contro i "lapsi", gli apostati, gli è fornita l'occasione di scrivere quel "L'unità della Chiesa" che è un vero appello "contro chi lacera la pace e la concordia: dal momento che costui agisce contro Cristo, perché non possono esistere dei cristiani al di fuori della Chiesa".
L'unità deriva da Dio stesso - riprende Cipriano nel cap. VI: risiede nella sua natura, che si manifesta secondo le parole dell'apostolo. "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10, 30). Come Dio è uno e il Cristo è uno, così una deve essere la Chiesa e una la fede; ed il popolo deve essere stretto dal cemento della concordia..
In questo modo il corpo dei cristiani non è separabile dal corpo di Cristo e il mistero della Chiesa non è separabile dal mistero dell'incarnazione.
Allievo di Tertulliano, come riferisce puntualmente Girolamo "Cipriano non aveva mai lasciato passare un giorno senza la lettura di Tertulliano (riferendosi a lui, diceva "passami il maestro"); Cipriano è capace anche di un preciso commento al "Padre Nostro", ugualmente noto, e di un epistolario da cui apprendiamo peraltro la contemporanea elezione di Cornelio a vescovo di Roma (251); nonché della ribellione mossagli - in contemporanea con quella di Novato, a Cartagine - da quel Novaziano, personalità "ben più temibile oltretutto dello stesso oppositore di Cipriano".
Proprio scrivendo a Cornelio, papa e martire nel 253, a Civitavecchia dove era stato costretto a rifugiarsi; Cipriano esorta:
"Fratello carissimo, il Signore nella sua provvidenza ci preammonisce che è imminente l'ora della prova. Dio nella sua bontà e nella sua premura per la nostra salvezza ci dà i suoi benefici suggerimenti in vista del nostro vicino combattimento. Ebbene in nome di quella carità, che ci lega vicendevolmente, aiutiamoci, perseverando con tutto il popolo nei digiuni, nelle veglie e nella preghiera".
"Carissimi fratelli - riprende altrove Cipriano - risvegliamoci dal sonno quanto prima possiamo: dopo aver infranto il sonno di un'antica pigrizia, vegliamo osservando e mettendo in pratica i comandamenti del Signore. Cerchiamo di essere tali, quali Egli ci ha comandato di essere: "I vostri fianchi siano stretti da una cintura, le vostre lucerne siano accese e voi siate simili a quegli uomini che attendono il loro padrone, quando torna dalle nozze, in modo tale da aprirgli, quando sarà giunto e avrà bussato alla porta. Beati quei servi che il Signore che viene troverà viglianti" (Lc 12, 35-37)
Di Cornelio e Cipriano, martiri dei primi secoli, la Chiesa fa memoria il 16 settembre.