Sono stato anni fa, in un viaggio romantico che ricordo spesso con struggente languore, lungo le montagne del Casentino, una delle aree più verdi e selvagge d'Italia, tra le province di Forlì e Arezzo, soprattutto; nel cui interno si incunea poi l'ultimo lembo di Umbria: oggi è sede di un Parco Naturale, oltretutto.
Ed è qui che, dopo aver incrociato Camaldoli, l'eremo e il monastero che peraltro ho solo sfiorato e visto di lontano, si giunge alla montagna della Verna, eremo anch'esso e quasi selvaggio, con una sella di roccia dove si narra si rifugiasse solitario Francesco d'Assisi e dove si narra ("Legenda Minor" di San Bonaventura) che il santo ricevette, due anni prima di morire, il sacro segno delle stimmate: il primo caso, in assoluto, dopo la Passione di Cristo.
Fu dopo una sorta di estasi, di visione, che Francesco venne come ferito da un serafino che gli andò incontro e che lasciò sulla sua carne il segno dei chiodi e della lancia.
E del resto, a chi più che a lui poteva toccare in sorte un privilegio simile, Francesco "alter Cristus"?
La Chiesa e l'Ordine Serafico ne fanno memoria oggi, appunto.
Non c'è luogo abitato da Francesco che non ci interroghi, al di là degli effetti devastanti del turismo religioso, di quello di massa, dei fotografi e dei cultori della vacanza in agriturismo.
E non c'è povertà che non suoni come atto d'accusa a noi che ci chiamiamo cristiani e che viviamo nella sicurezza e nei comfort che il mondo sconfortante ci ha messo a disposizione. Io me ne faccio un atto d'accusa: la semplicità mi chiama in causa, come l'orgoglio e la mondanizzazione, l'accademismo e l'intellettualismo che inaridisce il cuore e fa della sequela di Cristo un'ottima filosofia, piuttosto che un percorso di vita, una scelta. Scuole e seminari troppo eleganti, troppo ricchi, dei college all'americana; e poi macchine e vesti, alta tecnologia a disposizione della nostra sapienza: mondanità usata per renderci agevole la vita; e Cristo il capo d'una scuola e d'un partito, magari.
Dio, se rimanessimo poveri, nelle nostre misere case, nelle nostre spoglie preghiere, in chiesette essenziali, in un silenzio scarno e sobrio; in una condivisione di essenzialità in cui Dio parla (pare che solo lì lo faccia).
Verrebbero a frotte, i serafini sulle nostre case, il tau di Ezechiele segnerebbe le nostre fronti e ci salverebbe; il mondo troverebbe in Cristo quella moralità vera che va cercando. E nessun protagonismo né culto di personalità ipertrofiche, dunque.
I banchi delle chiese si riempirebbero d'incanto e quel po' di fede nell'uomo e in Dio di cui abbiamo bisogno come del pane, noi che siamo affamati, tornerebbe ad esser lievito che cresce e che trasforma. E forse avremmo stimmate e segni sul corpo e in tutta la nostra vita che ci farebbero somigliare a quel Gesù di cui ci siamo innamorati: povero, senza orpelli, liberato dalla normalità debordante delle nostre presunte necessità irrinunciabili.
Crediamo che sia irrinunciabile questo stile di vita e di sviluppo.
E portiamo altre stimmate ormai. Con il terrore di non somigliargli più, in alcun modo: parrucche e ceroni, plastiche e vestiti con cui coprire la nostra nudità.
Stamani, correndo nel bosco da solo, all'alba, per un attimo ho sognato di potermi spogliare e denudare e correre tra le cose create dal buon Dio; perché è questo quel che ho e non altro: anzi, è tutto ciò che mi fa davvero felice.
Ed è questo che Cristo mi ha lasciato ed insegnato: la dignità di essere uomo; di essere suo, senza nessun monile, nessun pubblico riconoscimento; nessuna artificiosità che non sia terra nuda: così come al mondo son venuto. E come me ne andrò, come un piccolo inquieto Giobbe, in mezzo a tutto ciò che è Suo.