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Addolorata

Pubblicato da enzo cilento su 15 Settembre 2013, 09:08am

La fotografia, spesso: l'arte figurativa, la poesia; di Maria, hanno amato soprattutto rappresentare la condizione di Addolorata, una Pietà desolata ripiegata su un corpo morto, nell'abbandono: "Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius".

Se ne fa memoria oggi, 15 settembre.

Mi ricorda i miei studi universitari tutto ciò: la mia tesi di laurea dedicata a Jacopone da Todi. Mi ricorda il mio giovanile innamoramento per i laudari medievali, per le sacre rappresentazioni, per lo più "Passioni", che si tenevano nei pressi delle Chiese, in spazi improvvisati come ben ricordava Allardyce Nichols, storico del teatro.

Quel "figlio bianco e vermiglio, amoroso giglio", un impasto di pallore cadaverico e di sangue rappreso e raggrumato sul bel corpo in sfacelo, hanno fatto rabbrividire lettori e fedeli: anche me.

Passi commoventi, come ogni paternità o maternità messi di fronte alla fine prematura ed innaturale di un figlio: come si fa a dimenticare il pianto a dirotto di Davide di fronte alla morte del figlio? Quel suo ripetere inebetito "Figlio mio, figlio mio"?

Perciò stamani, leggendo San Bernardo, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulle sue parole "Quando, infatti, non rispettando neppure la sua morte, gli aprì il costato, ormai non poteva più recare alcun danno al Figlio tuo. Ma a te sì. A te trapassò l'anima. L'anima di lui non era più là, ma la tua non se ne poteva assolutamente staccare".

Non vado oltre, per paura di cadere nel patetico: lascio le immagini di madri e padri a fianco alla loro prole. La guerra e il terrorismo, il fanatismo e la povertà, la fame e la malattia. Sono tutte là le nostre Addolorate e i nostri uomini in lacrime, che - detto per inciso - mi scuotono ancor di più.

Gli uomini siriani ed afghani, egiziani e nigeriani: di ogni parte della terra. Che piangono: figli e fratelli, compagni e congiunti.

Ecco perché l'Addolorata è la figura della Vergine più popolare e commovente che ci sia.

A Maria coniughiamo un'infinità di titoli nelle litanie del Rosario o nell'Akatistos: nessuna vera e vicina come questa, Madre del Dolore.

Sarà che il dolore ci circonda dappertutto; che il pianto di una innocente è sempre un pianto che non conosce ragione plausibile; che tutte le madri e i padri del mondo sono quelli che partecipano al nostro andare con quello sguardo vigile di chi ama.

Come il padre del figliol prodigo che oggi descrive Luca.

Della madre, Luca non parla. Quel padre è padre e madre, invece: è là alla finestra, sperando che non sia vero quel che si dice: che "suo figlio si è perso e che non sa tornare" (è il testo di una canzone, questo); che sta mangiando ghiande come i porci e che sta morendo di fame e di malattia.

"Qualcuno potrebbe obiettare - riprende san Bernardo - : Ma (Maria) non sapeva in antecedenza che Gesù sarebbe morto? Certo. Non era forse certa che sarebbe ben presto risorto? Senza dubbio e con la più ferma fiducia. E nonostante ciò soffrì quando fu crocifisso? Sicuramente e in modo veramente terribile".

Perché in quel momento occorre un atto di fede che ti lacera l'anima e che ti sgomenta: tuo figlio va altrove, verso una condizione di morte, reale e non apparente, e uno che ti vuol bene non vorrebbe che la morte ti sfiorasse neanche per un attimo; né mai il dolore dei chiodi e del tradimento; della fame e della vergogna.

So e prego Dio che sarai restituito alla vita e so che è nella vita essere sottoposti alla separazione ed alla morte, ma quella separazione l'ho sempre differita e rimossa ed ora mi è dinanzi: come un velo oscuro disteso davanti agli occhi.

Tanto che temo di essere diventata cieca: che mai più vedrò la luce di Dio e quella degli occhi miei, amore uscito dalle mie viscere.

E questo, anche il Dio più terribile lo capisce.

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